RIFLESSIONI SULLA SHOAH 

  “Giorno della Memoria”

Il 27 gennaio è stato dichiarato dalla Legge 20 luglio 2000 n° 211 “giorno della Memoria” per ricordare l’abbattimento dei cancelli di Auschwitz. In ricordo dello sterminio del popolo ebraico, le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e “schieramenti diversi”, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati.

E’ un giorno di rilevanza mondiale e, difatti, nel 2005 anche l’Onu con risoluzione A/RES/60/7  ha dichiarato il 27 gennaio ricorrenza internazionale come simbolo della Shoah.

Le cerimonie commemorative sono rilevanti ed è importante richiamare la memoria e custodirla perché l’orrore dell’olocausto non si ripeta.

Ma che cosa può avere generato questo male tanto immenso da pensare e architettare lo sterminio di milioni e milioni di essere umani solo perché ebrei?  (“….Le azioni erano mostruose, ma chi le fece era pressochè normale, né demoniaco né mostruoso”. (Hannah Arentd, la banalità del male). 

Non dobbiamo cessare di interrogare ciò che è accaduto nel cuore del Novecento, al centro dell’Europa, in un Paese civilissimo, ricchissimo di cultura, arte e religione. 

Forse non cogliamo o siamo lontani dalla comprensione della shoah se trasferiamo il suo evento nell’ordine dell’inaudito o dell’eccezionale. 

La stessa nozione di male assoluto per quanto potente nella sua forza descrittiva non riesce a penetrare la dirompenza di quanto è avvenuto. 

Anzi dobbiamo alimentare il sospetto che queste categorie di analisi ci precludono una certa capacità di attenzione non distratta sulla nostra contemporaneità, di predizione e ascolto su ciò che sta accadendo o su ciò che potrebbe accadere. Con la Shoah facciamo soprattutto memoria della persecuzione del popolo ebraico. 

Si tratta di una storia la cui singolarità nasce e si sviluppa nel corso delle grandi tradizioni che hanno alimentato le civiltà del mediterraneo prima, dell’Europa e più in generale dell’Occidente. 

In questa storia è possibile ricostruire le molte cause di una persecuzione millenaria, l’infinita ingiustizia che il popolo ebraico ha subito. Eppure compiremmo un errore se non riuscissimo a intravvedere nella persecuzione del popolo ebraico qualcosa di più profondo e persino più radicale dell’odio antiebraico. Forse siamo più vicini alla comprensione di quanto è avvenuto in quei campi di concentramento se diciamo che qualunque altro popolo avrebbe potuto trovarsi al posto del popolo ebraico.

Qualunque altro popolo avrebbe potuto sostituirlo. 

Se ci pensiamo bene è tremendo affermare la seguente cosa: se gli ebrei non ci fossero stati, un altro popolo sarebbe stato come quello ebraico. Avvertiamo tutti quanto sia terribile che si possa essere perseguitati per la religione, per gli usi, i costumi o per il colore della propria pelle.

Come è terribile pensare una civiltà nel cui fondamento identitario possa esserci l’individuazione di un nemico assoluto, di un altro che può sempre diventare un nemico irriducibile.

Per questo siamo più vicini al dramma della Shoah se comprendiamo la sua potenza emblematica e se quindi facciamo memoria di questo Olocausto e di tutti gli Olocausti della nostra storia. 

Pensiamo alle vicende anche relativamente recenti dei Balcani, a due passi da Roma, Parigi e Berlino. Come non ricordare lo sterminio armeno e di tanti altri popoli in cui la nazione non trova terra e patria. Spesso si tratta di genocidi che restano fuori della cronaca, senza clamore, fuori dai margini del flusso mediatico di attenzione.

Sono i totalitarismi che nel Novecento hanno generato un male così radicale, il peggio dell’umanità, del nazismo come anche dei genocidi del totalitarismo comunista staliniano, tutti con una connotazione intrinseca comune, quella dell’illusione di un mondo nuovo o un paradiso sognato, del determinismo fatale e della individuazione del nemico.

Le ideologie frutto del totalitarismo portano sempre alle estreme conseguenze l’uso del terrore, l’abolizione della libertà di scelta e dei diritti individuali con la distruzione delle sfere inviolabili della persona umana. 

Sullo sfondo rimangono due visioni dell’etica dei popoli, una è quella che dichiara la persona sacrosanta e afferma che le regole dell’aritmetica non sono applicabili agli uomini. L’altra, opposta, parte dal principio che un fine collettivo giustifica qualsiasi mezzo e non solo permette, “ma esige che l’individuo debba essere comunque subordinato e sacrificato alla comunità, la quale può disporre come di una cavia da esperimenti o di un agnello sacrificale…”. (da Buio a Mezzogiorno di Arthur Koestler).

Una delle debolezze attuali dell’Europa è di restare indietro nelle domande sulla Ragione su cui essa ha costituito la sua centralità nel mondo nel corso degli ultimi secoli.

La Ragione dell’Europa moderna ha una sua grandezza e lascia un’immensa eredità ma è anche attraversata da un filo oscuro di cui deve riuscire a strappare i nodi che ogni tanto genera. Un filo oscuro che occorrerebbe decostruire con tenacia e infinita pazienza poiché lega insieme cose solo in apparenza lontane ed estranee.