Sulla Giustizia

“……Quando ormai eravamo a questo punto del ragionamento ed era a tutti evidente che la definizione del giusto si era ribaltata all’opposto, Trasimaco, invece di rispondere, disse: «Dimmi, Socrate, ce l’hai una balia?» «Perché mai?» feci io: «non sarebbe più opportuno rispondere, che domandare cose del genere?» «La ragione», disse «è che ti guarda mentre ti cola il naso e non te lo pulisce quando ne hai bisogno, a te che non le distingui pecore e pastore.»
«Che cosa intendi dire con questo?», dissi io.
[343 b] «Perché tu supponi che pastori e bovari guardino al bene delle pecore o dei buoi, e li facciano ingrassare e se ne prendano cura, guardando a qualcosa di diverso dal bene dei padroni o di loro stessi; e anche quelli che detengono il potere nelle città, quelli che comandano veramente, tu ritieni che costoro si atteggino nei confronti dei governati diversamente da come ci si potrebbe comportare verso pecore, e che essi cerchino notte e giorno qualcosa di diverso da ciò che gli tornerà utile. [343 c] E sei così fuori strada relativamente al giusto e alla giustizia, e all’ingiusto e all’ingiustizia, da ignorare che la giustizia e il giusto sono un bene d’altri, ma l’utile di chi è più forte e detiene il potere, e danno proprio di chi ubbidisce ed è sottomesso; che l’ingiustizia è invece l’opposto, e comanda sui giusti, che veramente sono ingenui, ed i governati fanno l’utile di chi è più forte, e lo fanno felice nel servirlo, [343 d] mentre non giovano minimamente a se stessi. Considera poi, Socrate, ingenuo oltre misura, che un uomo giusto ha in ogni modo meno di uno che sia ingiusto. In primo luogo, dunque, nei contratti d’affari, qualora questo e quello [il giusto e l’ingiusto] formino una società, non potresti mai trovare, sciolta la società, che il giusto abbia più dell’ingiusto, ma meno: poi, nelle questioni relative alla città, quando ci siano tasse, il giusto pagherà di più in condizioni eguali, l’altro [l’ingiusto] meno; quando invece ci sia da riscuotere, il giusto non guadagnerà nulla, [343 e] l’ingiusto molto. E poi quando ciascuno di loro ricopra qualche carica, al giusto, se non gli capita nessun’altra sciagura, capiterà di avere i propri affari sempre più in pericolo, perché non può curarsene, mentre per il fatto di essere giusto non ricaverà utilità dalla gestione degli affari pubblici; e gli capiterà di essere inviso sia ai familiari che a chi lo conosce, perché essendo giusto non vorrà concedere loro favoreggiamenti: all’ingiusto, invece, tutte queste cose capitano in senso opposto. Intendo quello di cui parlavo or ora, [344 a] quello che è capace di soverchiare al massimo: considera dunque costui, se vuoi valutare quanto gli sia maggiormente utile, in privato, essere ingiusto anziché giusto. Capirai del tutto più facilmente, se arriverai all’ingiustizia perfetta, che rende chi commette l’ingiustizia felicissimo, e massimamente infelici coloro che la patiscono e non vorrebbero commetterla. Questa è la tirannide, che strappa via i beni altrui con inganno e violenza, sia cose sacre che profane, sia private che pubbliche, e non [le porta via] poco a poco, ma tutte insieme: [344 b] di queste ingiustizie, quando in ciascuna specie qualcuno sia stato ingiusto e non sia rimasto nascosto, viene punito e riceve i titoli più turpi – e infatti coloro che in queste specie di ingiustizia sono ingiusti, vengono chiamati, a seconda della specie, sacrileghi, sfruttatori di uomini, sfondamuri e rapinatori e ladri -; ma quando uno si impossessi delle ricchezze dei cittadini e di loro stessi, utilizzandoli come schiavi, anziché questi titoli vergognosi viene chiamato felice e beato, [344 c] non solo dai cittadini ma anche da quanti siano informati che ha raggiunto la completa ingiustizia: infatti, coloro che biasimano l’ingiustizia, non la biasimano perché abbiano paura di commetterla, ma piuttosto perché hanno paura di subirla. Così, Socrate, l’ingiustizia si addice di più all’uomo più forte, più libero e più capace di comandare, e come dicevo fin dall’inizio, il giusto è l’utile del più forte, mentre l’ingiusto è ciò che risulta utile e vantaggioso per se stesso”. (Platone, I Della Repubblica).

EUROPA

” non vi parlerò dell’Italia, ma dell’Europa, e non dell’Europa di ieri e di oggi, ma dell’Europa di domani, di quell’Europa che vogliamo ideare, preparare e costruire”.
(Alcide Gasperi)

L’ Europa da riscrivere

L’Unione Europea si propone gli obiettivi della promozione di uno sviluppo armonioso ed equilibrato, di una crescita sostenibile e rispettosa dell’ambiente, di un elevato grado di convergenza, di occupazione e protezione sociale, del miglioramento della qualità della vita, della crescita economica e sociale, della solidarietà tra Stati membri (art. G 2 TCE).

Il problema però è capire con quali strumenti l’Unione Europea ha inteso raggiungere questa meta che solo in teoria  è altamente  apprezzabile. 

Se guardiamo agli strumenti utilizzati, emergono tutti i limiti di una Europa impotente e fragile.

Per questo fine i Trattati europei prevedono il percorso della libera concorrenza e del regime di mercato.

Il regime di mercato  è funzionale alla produzione della merce, merce da vendere, alla contrattazione commerciale, alla moneta unica necessaria per generare produzione.  Siamo tutti pervasi dal regime dell’economia di mercato  e, anche i settori più propriamente pubblici della tutela  dell’ ordine, della sicurezza personale, della sanità, dell’istruzione,  dell’ambiente, delle infrastrutture, non sfuggono da questo avvolgimento.

Gli strumenti utilizzati si fondano su un processo dove esistono solo gli individui e le imprese che devono svilupparsi come produttori. 

Tutti devono partecipare al mercato come produttori e consumatori. 

Il prodotto interno lordo, l’indebitamento, il debito. ( art. 126 TFUE, ex art. 104 TCE). Sono questi gli elementi dell’impianto normativo europeo  che devono segnare il percorso della produzione, della libera concorrenza e del mercato aperto.

I Trattati disciplinano un impianto normativo complicato e articolato. 

Il contenuto è altissimamente tecnico e di conseguenza chiunque lo studi  deve  parimenti avere una preparazione altrettanto tecnica, pena l’incapacità a comprendere. 

L’impianto normativo  dell’ Unione Europea è strutturato  in modo rigido e, a monte, manca l’ autorità di  governo politico, di uno Stato con poteri di discrezionalità in grado di orientare e finanziare la crescita e di assumersi la responsabilità politica nei confronti della collettività.

Non esiste un vertice, un potere di ultima istanza. In sostituzione di quello che storicamente era lo Stato nazione sono stati creati organismi frammentati, istituzioni, e complesse norme tecniche che, nel supplire alla assenza dello Stato e della politica, viaggiano in tendenziale autonomia senza il controllo e la sovrintendenza degli stessi organismi così istituiti. 

Questi organismi (Consiglio Europeo, Commissione, Parlamento, Direttive, Regolamenti) dotati di poteri e competenze si muovono con autoreferenzialità, vivono di automatismi, di una normativa soffocante che assorbe l’organismo stesso, di parametri, di indicatori statistici,  percentuali, tutti   uguali per tutti gli stati membri, ciò che va a stridere in modo eclatante con le economie dei singoli stati membri ( e dei suoi territori)  che portano con sé andamenti variegati.

Ogni Organismo fa quello che dice la norma tecnica. E’ la norma tecnica che comanda,  orientandosi verso il mercato che si deve autoregolamentare. Dove si ferma per competenza un Organismo, fa l’altro, sempre  nell’ambito di un rigido automatismo  e seguendo un percorso già fissato.  

E’ così che l’Unione vive, come una macchina robotizzata. Secondo  obiettivi precostituiti mette in movimento questi Organismi che dovrebbero intersecarsi tra loro. Non si può andare oltre l’obiettivo prestabilito. 

Se lo Stato membro non riesce a raggiungere gli obiettivi che erano  stati prefissati e chiede aiuto (aiuto “salva stati”) perché non ha i conti in ordine, scatta l’automatismo della normativa che impone una serie di azioni e di imposizioni

All’apparenza l’imposizione veste  la forma elegante  del suggerimento, poi, se si si va a leggere meglio  diviene raccomandazione. Ma ad una migliore messa a fuoco la raccomandazione non è altro che una vera imposizione.

In questa situazione poco può fare il singolo Stato membro. 

Avendo lo Stato membro rinunziato a parte significativa della propria sovranità deve soggiacere alle imposizioni che provengono dall’impianto di sistema governato dal mercato.

Se le cose vanno bene significa che i ricavi superano i costi, quindi vi è remunerazione e si può andare avanti. Se invece i costi prevalgono sui ricavi e non sussistono margini di remunerazione saltano i parametri prefissati e non si può procedere. Siccome il sistema non si può alimentare per mancanza di redditività, deve essere il mercato stesso  ad espungere dal processo produttivo quei beni e servizi  in perdita. Ogni singolo Stato membro diviene impotente a reagire perché l’intero processo è standardizzato, governato da regole di tecnica economica ove la discrezionalità è ridotta al minimo.

L’eventuale  soccorso in favore dello stato membro in caso di richiesta di aiuto veste solo in apparenza la forma della “ solidarietà”.  Di fatto si tratta di prestiti “del mercato” finalizzati a ridurre l’indebitamento ma ad accrescere il debito. Le sole regole asettiche del mercato non sono in grado di perseguire gli obiettivi dei Trattati per la crescita e il benessere sociale ed economico.  

Un sistema del genere – pur con tutti i correttivi -è destinato ad implodere perché manca della linfa vitale del senso di comunità e identità.

Come uscire da questo circolo vizioso  ove i singoli Stati membri sono precipitati?  

Serve una presa di coscienza e consapevolezza degli enormi errori commessi nel passato.

Un simile impianto così singolare- non potendo reggere perché esposto alle dipendenze  di tanti fattori esterni, è già destinato al declino  e a frammentarsi con gravi effetti sul piano economico e sociale. Dobbiamo auspicare che i governanti  più illuminati avviino  un nuovo percorso finalizzato a rivisitare i Trattati, rifare un passo indietro, magari ripartire dal Trattato del 25 marzo 1957, ricostruire una nuova architettura istituzionale dell’Europa per eliminare assurdi vincoli giuridici. Guardare soprattutto ad un Unione Europea federata o confederata  ove sia la  politica a guidare e governare le regole dell’economia e della finanza.  

Una Comunità ha bisogno di una guida politica e sovrana per garantire  libertà e solidarietà.  

Perchè senza solidarietà nessuna libertà è sicura. 

gianfranco  meazza

La Disciplina della Professione di Avvocato

https://www.consiglionazionaleforense.it/normativa-legge-247-