Ritirare subito i soldati italiani

Ci sono momenti in cui la prudenza politica diventa complicità con il pericolo.

Questo è uno di quei momenti. Mentre il Medio Oriente brucia, l’Italia tiene ancora soldati in Libano e Iraq, schierati nell’ambito della missione Unifil sotto la bandiera delle Nazioni Unite. Ma quella bandiera, oggi, protegge ben poco. Le condizioni che avevano reso possibile e sensata quella presenza sono semplicemente scomparse.

Da quando, a fine febbraio Stati Uniti e Israele hanno lanciato attacchi militari diretti contro l’Iran, la regione è entrata in una fase che non ha più nulla di gestibile dall’esterno. Esplosioni a Gerusalemme, Tel Aviv, missili su Baghdad, droni sopra Doha, in altre importanti città, terminali petroliferi in fiamme negli Emirati. Migliaia di morti accertati in Iran nelle prime tre settimane. Il conflitto non accenna a rallentare: si allarga, si intensifica, si moltiplica su più fronti.

Né è possibile pensare ragionevolmente che l’Iran si pieghi nel giro di qualche settimana. La storia insegna che le società complesse raramente crollano perché cadono bombe dal cielo. L’Iran è strutturato, con una dottrina difensiva costruita in decenni di isolamento, missili interrati nelle rocce costiere lungo duemila chilometri di costa, droni a basso costo prodotti in serie e dispersi su tutto il territorio nazionale. Tanti elementi portano a ritenere che sia capace di resistere o comunque abbia capacità riorganizzativa.

Gli Stati Uniti pensavano di concludere il conflitto con la logica della “guerra lampo”, ma senza un piano secondario coerente per il caso in cui l’Iran non cedesse. Hanno schierato forze nettamente inferiori rispetto a quelle mobilitate per le guerre del Golfo degli anni Novanta, contro un paese incomparabilmente più resistente. Hanno puntato tutto sulla superiorità tecnologica, ignorando che i sistemi difensivi costosi si esauriscono molto più in fretta di quanto i droni e i missili economici dell’avversario vengano prodotti e rimpiazzati.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: lo Stretto di Hormuz è diventato un campo di battaglia, i prezzi del petrolio sono saliti del quaranta per cento, le infrastrutture energetiche del Golfo subiscono attacchi ripetuti, e persino l’ambasciata americana a Baghdad è stata colpita.

In questo quadro, la posizione dei militari italiani in Libano è diventata insostenibile. La missione Unifil era nata per presidiare una linea di cessate il fuoco, la cosiddetta Linea Blu tra Libano e Israele, in un contesto di guerra sospesa. In questo senso l’impegno italiano in Libano ha avuto per anni una sua dignità e utilità. Ma il contesto in cui era nato non esiste più.

Oggi quella guerra non è più sospesa. I bombardamenti israeliani e la risposta di Hezbollah hanno trasformato quella zona in un fronte attivo. I nostri soldati si trovano letteralmente tra due fuochi: da una parte le milizie sostenute dall’Iran, dall’altra le forze israeliane.

Non è solo una questione di rischio fisico, per quanto già questo basterebbe. È che le condizioni giuridiche e politiche che legittimavano la missione sono venute meno. Il diritto internazionale che ne era il fondamento è stato messo da parte. L’Onu non è in grado di esercitare il suo mandato nè di garantire la sicurezza dei propri contingenti in uno scenario di guerra aperta tra potenze regionali. Stare lì non significa più fare pace: significa rischiare la vita senza uno scopo.

Non è un’osservazione astratta. Tra l’altro l’Ungheria ha già ritirato il proprio contingente militare dalla base di Erbil, in Iraq e quindi a maggior ragione che senso ha restare?

Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha dichiarato che è in corso una “valutazione costante” e che “sapremo di più nelle prossime ore”. (https://www.laverita.info/attacco-erbil-crosetto-missioni-italia-2676102438.html).  È una risposta comprensibile sul piano diplomatico. Ma le ore stanno diventando giorni, e i giorni sono pericolosi quando si parla di migliaia di soldati in uniforme posizionati in mezzo a una guerra. La cautela diplomatica ha i suoi tempi; la sicurezza dei soldati non può aspettare.

L’Italia ha il diritto e il dovere di tutelare i propri militari. Partecipare a una missione di pace ha senso quando esiste la pace da presidiare. Quando la pace è sostituita da una guerra aperta, la presenza internazionale non è più stabilizzante.

Il Governo intervenga adesso.

Sassari, marzo 2026

Identità e Costituzione ets

Gianfranco Meazza