SCENARI E RISCHI
Gli Stati Uniti hanno attuato quanto da loro annunciato – in aderenza alla campagna elettorale del Presidente Trump- un nuovo piano di dazi nei confronti dei Paesi con cui intrattengono relazioni commerciali.
Il meccanismo si sviluppa in due fasi: un dazio base del 10% su tutte le merci importate e un dazio aggiuntivo, variabile tra il 10% e il 50%, applicato in base al disavanzo commerciale con ciascun Paese. Le aliquote per Cina, Unione Europea, Giappone e India sono rispettivamente del 34%, 20%, 24% e 26%. Salvo errore. La Russia è esclusa, in quanto già soggetta a un ampio regime di sanzioni.
Secondo molti analisti, questi dazi potrebbero mettere in crisi il sistema di libero scambio globale, promosso dagli Stati Uniti stessi dal dopoguerra in poi. Al momento, le conseguenze sono difficili da prevedere: le dinamiche globali sono complesse e in continuo mutamento. Tuttavia, la storia non gioca a favore di Washington. I dazi imposti nel 1930 e quelli della guerra commerciale con la Cina del 2018 non hanno prodotto i risultati sperati. Anzi, hanno generato inflazione, interruzioni nelle catene di approvvigionamento, riduzione del commercio e aumento dei costi di produzione, con ricadute negative su imprese e consumatori.
Dal punto di vista americano, la logica protezionistica è chiara. Come afferma Trump, gli Stati Uniti hanno finora accettato di esportare in mercati dove vigevano dazi e barriere, senza ricevere lo stesso trattamento in cambio. Ora, nel rispetto del programma elettorale, Trump con questa strategia intende frenare la delocalizzazione , indurre una maggiore produzione manufatturiera interna, riequilibrare la bilancia commerciale e difendere gli interessi nazionali. Una posizione coerente con lo spirito sovranista, (richiamo alla dottrina Monroe) ma che rischia di produrre effetti collaterali a livello globale. “Siamo stati il palo della fustigazione, stupido e indifeso, ma non più. Stiamo riportando indietro posti di lavoro e aziende come mai prima”, come ha scritto il Presidente Trump sui canali social . “Questa è una rivoluzione economica e vinceremo”. “Resistete, non sarà facile, ma il risultato finale sarà storico”.
Appare ovvio che lo spirito degli USA nulla ha a che far con il protezionismo solidale ed esprime in modo costante, seppur in modo differente rispetto al passato, la politica di espansionismo statunitense.
Guardando la questione da altre prospettive, emergono criticità evidenti.
Secondo la Cina, gli Stati Uniti con questa strategia violano le regole multilaterali e i principi fondamentali dell’Organizzazione Mondiale del Commercio che si occupa delle regole del commercio mondiale ove è vietata l’introduzione di dazi discriminatori tra Stati membri.
Tuttavia, posto che ciò che rileva sul piano internazionale è la capacità di attuare la forza, anche ammettendo per un attimo la sussistenza della violazione, questa non sarebbe di per sè elemento ostativo per fermare il piano dei dazi. Gli Usa dovranno però attendersi la reazione della Cina che, difatti, ha già imposto controdazi sui prodotti americani. Altre nazioni potrebbero seguirla, innescando una nuova escalation commerciale.
In tutto questo, l’Unione Europea appare assente. La sua incapacità di elaborare una risposta comune testimonia un declino ormai evidente.
I singoli Stati membri agiscono in ordine sparso, guidati dai propri interessi nazionali. In questo contesto, è condivisibile la posizione del Governo Meloni, che con equilibrio e senza inutili toni allarmistici intende avviare un negoziato commerciale autonomo per tutelare gli interessi italiani. Sebbene al contempo si debba spingere per una profonda revisione dei Trattati europei e delle regole che oggi limitano la competitività, come quelle del Green Deal o altri vincoli burocratici e ambientali che frenano l’industria. A livello europeo occorre recuperare sovranità economica e industriale e in quest’ottica non sarebbero certamente sbagliate misure anche di tipo protezionistico, se però siano volte alla cooperazione, alla negoziazione tra Stati, alla occupazione e alla crescita dell’industria e della autonomia economica.
Serve però una riforma radicale, altrimenti l’Europa rischia di restare ai margini, spettatrice passiva di un mondo che cambia. E l’epilogo potrebbe essere quello di lasciare all’Asia il predominio economico globale, mentre gli Stati Uniti inseguono soluzioni illusorie e l’Occidente europeo resta impantanato in Organismi senza identità dentro una burocrazia soffocante.
Sassari, aprile 2025
Identità e Costituzione
Gianfranco Meazza
