Colpire per comandare

Facciamo prevalere la pace e la ragione

Nelle prime ore del 22 giugno 2025, gli Stati Uniti hanno lanciato un attacco aereo contro tre siti nucleari in Iran: si tratta di strutture dichiarate a uso civile e sottoposte al controllo dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica. Nessuna minaccia diretta incombeva sulla sovranità americana. Eppure, l’ordine è partito.

Il Presidente ha definito l’operazione un “successo militare”, affermando che è “giunto il momento della pace”. Ma ha smentito sé stesso rivelandosi inaffidabile per le promesse di pacificatore fatte ai suoi elettori. Dalle dichiarazioni di voler tutelare la pace nel mondo e gli interessi nazionali è passato ad un’azione di guerra.

Non esiste alcuna motivazione valida per questo attacco.

I negoziati con l’Iran erano in corso (almeno sino all’attacco di Israele). L’Iran è parte del Trattato di non Proliferazione Nucleare. I siti colpiti erano monitorati. L’unica giustificazione indiretta sarebbe la difficoltà di Israele a sostenere uno scontro militare con l’Iran. Ma è stata proprio Israele a colpire per primo- dando inizio all’escalation — senza alcuna legittimazione dal diritto internazionale.

Colpire un paese che rispetta gli accordi, nel mezzo di un processo negoziale, senza un’aggressione in atto né un pericolo imminente, rappresenta un punto di rottura. Da ora in avanti, chiunque potrebbe essere attaccato semplicemente per non aver obbedito a un ordine politico. La forza non è più l’ultima risorsa: diventa la regola. Questo cambia tutto.

L’Iran ha denunciato l’azione come illegale e ha chiesto l’intervento del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. In risposta, ha colpito obiettivi israeliani, riaccendendo la spirale della violenza. E come sempre, i primi a soffrire sono i civili. Persone comuni, impotenti, travolte da decisioni prese da pochi, senza mandato popolare, in spregio al diritto internazionale.

La verità è che non siamo davanti a un rischio: siamo già dentro una guerra globale non dichiarata. Ci illudiamo di esserne fuori, ma ci riguarda tutti. Oggi è l’Iran. Domani chiunque altro. Se questo è il nuovo ordine internazionale, nessuno è davvero al sicuro.

Le regole sono riscritte unilateralmente. I trattati diventano carta straccia. La diplomazia è ridotta a un rituale privo di sostanza. La forza si impone senza più freni. E tutto questo viene raccontato come “difesa della pace”.

Chi prova a sollevare dubbi viene zittito. Chi chiede prudenza viene accusato di tradimento. Si impone una narrazione rigida e binaria: noi buoni, loro cattivi. Ma il mondo reale è molto più complesso. E chi ha davvero a cuore la pace, deve avere il coraggio di dirlo.

Se l’Iran resiste, se lo stretto di Hormuz viene bloccato,  se altri attori come Russia e Cina entreranno in campo, il conflitto non sarà più contenibile. Non perché lo si voglia, ma perché sarà inevitabile. La Russia è già coinvolta. Ma le risposte di ieri non bastano più. Servono nuove strategie. Serve responsabilità.

La nostra sicurezza collettiva si fondava su regole condivise e su un minimo di fiducia reciproca. Ma se oggi basta non obbedire a Washington per diventare un bersaglio, allora nessun equilibrio è più possibile.

È compito della Comunità internazionale reagire. Non per schierarsi, ma per riaffermare i principi della convivenza tra i popoli: il rispetto, la legalità, la diplomazia. L’ONU non può restare silente. L’AIEA che -si auspica assuma un contegno di maggiore imparzialità- non può assistere inerme alla distruzione di strutture che aveva certificato. Le istituzioni devono tornare a contare.

Questo è un appello civile. Non nasce dall’ideologia, ma dalla coscienza. Non chiede schieramenti. Chiede che ci si fermi. Che si rifletta. Che si torni a usare la politica per costruire, non per distruggere.

La pace non è un’illusione: è una responsabilità.La diplomazia non è debolezza: è intelligenza.Il silenzio, oggi, non è neutralità: è complicità.

Identità e Costituzione chiede che la corsa alla guerra si fermi.

Il Governo italiano deve avere il coraggio di affermare una propria voce autonoma, non limitarsi al ruolo di succursale politica degli Stati Uniti. L’Italia dovrebbe assumere una posizione chiara di distanza dalle scelte belliche unilaterali, riaffermando la centralità del diritto internazionale e del principio di pace che la nostra Costituzione tutela.

Chiediamo che ogni azione unilaterale venga condannata.

Per Identità e Costituzione, nessuna guerra è inevitabile. In assenza di ragioni supreme o superiori. Nessun diritto può essere sospeso. Nessun popolo può essere sacrificato.

È tempo di far prevalere la pace e la ragione. È tempo di coraggio civile.

Sassari, giugno 2025

Identità e Costituzione ets