La Sardegna che resiste e la politica che manca

La Sardegna incanta. Non è solo questione di spiagge cristalline o di paesaggi scolpiti fuori dal tempo.

La nostra è un’isola magnetica, gravida di promesse: una qualità della vita che i suoi abitanti sentono, difendono, rivendicano.

Non a caso, l’ottimo sondaggio della Fondazione Sardegna lo dice chiaro: https://www.fondazionedisardegna.it/news/progetti-col-sostegno-della-fondazione/1501/economia-societa-sanita-e-politica-il-rapporto-ixe-2025-tra-immaginario-collettivo-e-trasformazioni-reali, sette sardi su dieci dichiarano di vivere bene, di appartenere a una comunità coesa, radicata, orgogliosa della propria identità.

Ma basta approfondire un attimo la superficie per scoprire le crepe.

Per ogni sardo che dice di vivere bene, ce n’è uno che boccia senza appello la sanità. Come si spiega questo scarto? Con una realtà fatta di contraddizioni. Di un popolo che resiste e spera, ma vive dentro un sistema che non regge. La sanità, con le sue liste d’attesa infinite e gli ospedali inefficienti, è solo la punta dell’iceberg.

Il problema non è solo la carenza di medici. Il vero nodo è strutturale: manca una visione, un piano organico che metta insieme trasporti, viabilità, perequazione, digitalizzazione. Se le strade fossero più sicure, se i collegamenti fossero rapidi, se le risorse europee fossero distribuite in modo equo, anche la sanità funzionerebbe meglio. Ma non è così.

Il problema qui non è Bruxelles. La responsabilità è in gran parte  regionale. La perequazione tra nord e sud della Sardegna è una scelta politica interna, non imposta. Non c’entra la questione ( dal tono vittimistico)  della autonomia statutaria o la necessità di fare altre riforme inutili per dare alla Sardegna una autonomia che ha già. È disuguagliana amministrativa, il problema è politico di come sono state ripartite le risorse, tanto per fare un esempio il mancato rispetto  della perequazione delle risorse del ciclo di programmazione europea 2021-2027, ove Cagliari  prende 150 milioni/Sassari 7 milioni.

Si può pensare di far crescere la Sardegna in modo  omogeneo se le risorse vengono declinate  in modo così assurdo e sproporzionato?

E poi c’è l’acqua, circondati dal mare sprechiamo anche quella che abbiamo. I bacini idrici restano scollegati, i progetti a metà, o mai attuati, le reti colabrodo. Non solo a Sassari ma ovunque in Sardegna. E così interi territori restano a secco, mentre altrove si scarica tutto a mare. Una follia che si perpetua da anni.  Evito, per non appesantire, di parlare di Abbanoa e della sua inefficienza gestionale e del rapporto da procedura automatica con i cittadini.

Abbiamo sotto i piedi una terra che custodisce misteri e grandezze. I Giganti di Mont’e Prama ne sono la prova: statue solenni, occhi a cerchi concentrici, volti che ci osservano da tremila anni come sentinelle di una civiltà immensa. Ma il loro valore resta sepolto sotto coltri di disinteresse. Pochi fondi, poca visione. Altri paesi li avrebbero trasformati in icone mondiali. Noi no.

Intanto il lavoro manca. I giovani partono. Una tragedia silenziosa che non fa notizia ma svuota paesi e famiglie. Solo un terzo dei ragazzi crede che la Sardegna possa offrirgli un futuro. Gli altri fanno le valigie.

Il turismo è diventato una bolla stagionale. Due/tre mesi all’anno, prezzi proibitivi, tariffe diseguali tra residenti e non. Ingiustizie che alimentano solo rabbia e speculazione. Così non si costruisce un’economia sana.

Anche le infrastrutture gridano vendetta: strade urbane e extra urbane non curate, per non parlare di quelle vicinali, porti e aeroporti sottodimensionati e poco collegati, digitalizzazione a macchia di leopardo. I fondi europei, che dovrebbero sanare il divario, finiscono per allargarlo perché le risorse non vengono spese o i progetti rimangono fermi.

La politica? O è assente o è complice. La fiducia nella Regione è salita dal 19% al 30% in un anno. Ma non è entusiasmo: è un auspicio, una sorta di credito fragile. E non si può ripagare con promesse. Servono scelte coraggiose, anche dal Governo nazionale, investimenti veri in infrastrutture viarie, trasporti, ricerca, industria leggera, agricoltura di qualità, comunità energetiche. Invece il territorio viene riempito di pale eoliche e pannelli solari, senza benefici economici né occupazionali. Solo consumo di suolo, zero ritorni.

In mezzo a tutto questo, c’è un dato che colpisce: quattro sardi su dieci si definiscono prima di tutto “sardi”.

Solo tre si sentono “italiani”, pochissimi “europei”. Non è solo fierezza. È anche distanza. Lo Stato e l’Europa, o meglio l’unione europea, sembrano entità fredde, lontane. Non è un caso se oltre il 60% dei sardi chiede una pace immediata in Ucraina, anche a costo di concessioni territoriali. O se sei su dieci parlano apertamente di genocidio a Gaza. È la voce di chi sa cosa significhi essere periferia.

La Sardegna è questo: una madre resiliente. Ha ferite profonde: ospedali spenti, giovani in fuga, viabilità fragile, fondi sprecati. Ma ha anche una forza rara: la sua comunità, la sua storia, la sua bellezza. Tocca alla politica decidere se lasciarla morire nel suo paradosso, o salvarla.

Le risorse devono servire non per le armi ma per la cura delle strade, degli ospedali pubblici (e non finanziare quelli privati), degli stabili delle scuole, costruire opere pubbliche decenti,  reti, infrastrutture digitali. Distribuire le risorse con giustizia. Spezzare l’isolamento, non solo geografico, ma sociale. Perché la Sardegna non resti una cartolina nostalgica fatta per pochi che vengono in vacanza, ma diventi finalmente una terra in cui restare, vivere, scegliere.

Una Sardegna intera. Non a metà.

Settembre 2025, Identità e Costituzione ets

Gianfranco Meazza