Un Paese che non sa parlarsi

Ogni anno, il 25 aprile, l’Italia si divide. Non è una novità: si divide da ottant’anni, con la stessa furia e la stessa ostinazione. Anche Sassari, come ogni anno ha celebrato l’evento con il consueto incontro a Palazzo Ducale e l’intervento del Sindaco e dei partecipanti festanti, con la Autorità presenti. Non ho avuto modo di sentirlo ma certamente immagino sia stato consono al tema, sia sul piano istituzionale che personale. Non gli manca certo lo spessore  per interventi di questo tipo.

Purtroppo come ogni volta la data del 25 aprile segna la divisione.

Così Ansa di oggi:“la giornata del 25 aprile si è trasformata in una giornata segnata da polemiche, scontri e aggressioni, fino addirittura agli spari contro una coppia dell’Anpi a margine del corteo nella Capitale. Ma è l’intero quadro delle piazze, da Nord a Sud, a restituire un clima segnato da tensioni e divisioni”. 

(https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/04/25/colpi-di-pistola-ad-aria-compressa-a-roma-contro-due-iscritti-allanpi-ferita_6eb8bb86-2406-4b3d-ac8b-30406cd74880.html).

Ciò che colpisce non è la divisione in sé — ma la fedeltà di ciascuna parte a sè stessa. Come se il Paese non imparasse nulla, come se il calendario girasse a vuoto trascinandoci ogni volta nello stesso gorgo.

Al momento tra i tanti che scrivono, merita la lettura dell’editoriale di Marcello Veneziani sul quotidiano “La Verità” (26 aprile 2026, pag. 3) laddove conta le anime che si agitano attorno alla Festa della Liberazione e ne ha trovate sei, sette.

https://reader.directreader.it/read/prj_5cd5a3ad15cab/pub_5cd5a3ad914e4/5009-10-15?token=eyJ0eXAiOiJKV1QiLCJhbGciOiJIUzI1NiJ9.eyJwcm9qZWN0SWQiOiJwcmpfNWNkNWEzYWQxNWNhYiIsInByb2plY3RQZXJtaXNzaW9uc0JpdG1hc2siOjF9.WxpiatkegcpXLD1O_Iza4UJIVKT5876XW1J-xVgydpk&hasNewsstand=true&variantId=268715&page=3

Antifascisti ecumenici e antifascisti di tradizione comunista, radicali terzomondisti e nostalgici, riconciliatori e revisionisti, chi vuole guardare avanti e chi non riesce a smettere di guardare indietro. Un arcipelago di identità contrapposte che si fronteggiano ogni aprile come eserciti sulle trincee. Con un’unica certezza condivisa: che la versione degli altri è quella sbagliata.

La domanda che emerge da questo spettacolo annuale non è storica. È più profonda: esiste un’Italia al di là delle sue fazioni? Duole rilevare che non esiste proprio. Non esiste in quanto la coscienza nazionale italiana non è mai stata davvero compiuta. L’unificazione del 1861 fece l’Italia senza fare gli italiani — come disse nella sostanza D’Azeglio con amarezza profetica. Centosessantacinque anni dopo, quell’operazione è ancora in sospeso.

Si continuano a fare discorsi celebrativi, come d’altronde è giusto che ogni sindaco faccia per ragioni istituzionali.  Ma il 25 aprile segna il sintomo più visibile dell’incompiutezza dell’Italia. Non la causa — il sintomo. La frattura esiste tutto l’anno, nascosta sotto la cortesia della retorica. Quella data la porta in superficie con la brutalità di uno specchio. Uno specchio che nessuno vuole guardare davvero. Al posto del confronto si è insediata la sua parodia, negare l’evidenza, interrompere,  dire “è falso”, “non ho mai detto questo”, anche di fronte alla prova scritta, agli archivi, ai documenti.  Sullo sfondo di questo atteggiamento vi un pensiero che ha radici ideologiche precise. Coloro che entrano nel dibattito con questa logica non vogliono partecipare a uno scambio: ma conducono  una guerriglia. E contro la guerriglia, le armi del ragionamento non bastano. La memoria storica — la Resistenza, il fascismo, la guerra civile — è diventata arsenale politico. Non si discute per capire: si combatte per affermare il proprio campo e delegittimare quello avverso. La storia si trasforma in mito di combattimento, e come tale diventa impermeabile ai fatti, alle sfumature, alle prove. Mentre il mondo affronta l’Intelligenza Artificiale e le grandi trasformazioni del presente, noi litighiamo ancora sui fatti del 1945 — come afferma Veneziani con ironia che è anche diagnosi.

Anche quando l’interlocutore non è in malafede, il dialogo autentico richiede una condizione preliminare — un terreno comune. Non l’accordo sulle conclusioni, ma l’accordo su ciò che conta come prova, su come si distingue il vero dal falso. Quando questa base manca, non si dialoga: si recita. Ci si scontra in un teatro dove ognuno porta il proprio copione e nessuno ascolta davvero l’altro. È esattamente lo spettacolo che si ripete ogni 25 aprile, in ogni piazza, in ogni studio televisivo.

Eppure il dialogo — e qui sta il punto più prezioso — non serve a convertire nessuno. L’illusione di poter convincere l’avversario con gli argomenti giusti è una trappola che ha logorato generazioni ispirate  alla buona volontà. Il dialogo serve a qualcosa di più modesto e di più reale: capire come pensa l’altro, da dove viene, cosa teme, qual è la logica interna della sua visione. Non per dargli ragione, ma per conoscerlo davvero. E questa è già, di per sé, la base minima per costruire qualcosa insieme.

La proposta di Veneziani — restituire all’Italia una memoria storica plurale e condivisa, fatta di tutti gli eventi significativi del passato e non di una data sola — va esattamente in questa direzione. Per ricordare la storia ci sono 365 giorni, non uno soltanto, che per giunta ci divide. Una civiltà è troppo grande per essere rinchiusa in un solo fatto storico, per giunta troppo recente per essere fondativa di un Paese antico e troppo vecchio per essere la base di un futuro.

Tutto questo richiede però una qualità che è rara del tempo presente: l’umiltà. Non la debolezza, non la resa — ma l’umiltà intesa come capacità di rimanere in ascolto anche quando si è convinti di avere ragione. Di lasciarsi sorprendere. Di non fare della propria parte politica una religione di cui l’altro è l’eretico da bruciare. Il sistema della comunicazione di massa non premia questa qualità: il sistema attuale della comunicazione premia invece  lo slogan, il colpo basso. Un sistema malato che nel corso dei decenni ha selezionato un tipo di umanità che non si interroga mai, che risponde sempre, che non si vergogna di nulla.

Il 25 aprile del 2026 perciò è andato come tutti gli altri così anche a Sassari. Le piazze si sono riempite, le bandiere sventolate, i discorsi sovrapposti, le polemiche rinnovate. Domani si ricomincia. E l’anno prossimo, alla stessa data, la stessa scena. A meno che qualcuno non decida, finalmente, che costruire una coscienza nazionale è più urgente di combattere la guerra delle memorie. Che fare gli italiani — davvero — (che è addirittura propedeutico per un pensiero europeo) è il compito rimasto in sospeso da centocinquant’anni.

Sassari, 26 aprile 2026

Identità e Costituzione ets

Gianfranco Meazza