In questi giorni di pieno agosto, in decine di Comuni sardi ai cittadini viene chiesto di non conferire la plastica e di tenersi i sacchetti gialli in casa.
Si pensa subito all’ennesimo disservizio locale, o alla solita emergenza estiva. Non è così.
I Comuni, i cittadini e i lavoratori della raccolta stanno facendo il loro dovere. Il blocco è molto più a monte: si è fermato l’ultimo anello della filiera, cioè le fabbriche di riciclo, che non riescono più a vendere il materiale che producono.
Il motivo è semplice: la plastica nuova costa meno di quella riciclata.
Produrre plastica vergine dal petrolio in Asia costa meno. Riciclare la nostra plastica in Europa richiede molta energia e costa di più. Così le industrie comprano la plastica nuova dall’estero e lasciano invenduta quella riciclata qui.
A questo si aggiunge che i produttori extra-UE non devono rispettare i vincoli ambientali imposti alle nostre aziende. Costano meno anche per questo.
E qui arriviamo alla nostra Unione Europea.
Per trent’anni l’Unione Europea ha obbligato per legge cittadini e Comuni a raccogliere sempre più plastica. Ma non ha mai obbligato le industrie a comprarla. Ha creato l’offerta e si è dimenticata della domanda. Il risultato è che i piazzali degli impianti si riempiono e i camion sotto casa si fermano.
Con la conseguenza che a pagare sono i più bravi. La Sardegna è al 76% di raccolta differenziata: forse terza regione d’Italia. Ben 198 Comuni sardi hanno già superato l’80%, cioè l’obiettivo che il Piano regionale fissa per il 2029.
Ci viene chiesto di tenerci la spazzatura in casa proprio perché abbiamo fatto tutto quello che ci era stato chiesto.
Che fare? Servono azioni articolate e diversificate, segnatamente: (cercando di semplificare al massimo per rendere chiaro a chi legge la condizione in cui ci troviamo):
I. In Europa. Dal 2030 le regole imporranno di usare una quota di plastica riciclata negli imballaggi. Ma la norma dice “riciclata”, non “riciclata in Europa”. È come obbligare i panettieri a usare una quota di percentuale di farina integrale senza dire da dove debba venire: la compreranno dove costa meno, magari all’estero, e il grano del contadino del paese resterà invenduto esattamente come prima. Ne deriva che quella quota dev’essere plastica raccolta e riciclata in Europa.
II. Sempre in Europa. Estendere alle plastiche il meccanismo sul carbonio alle frontiere, in vigore di recente per acciaio, alluminio e cemento. Oggi i polimeri ne sono esclusi: chi importa plastica prodotta senza vincoli ambientali non paga nulla per quel vantaggio.
III. In Italia. Non possiamo imporre da soli l’uso del riciclato, perché la materia è disciplinata da un regolamento europeo. Possiamo però premiare chi lo usa. La Francia lo fa, con un sostegno economico alle aziende che impiegano plastica riciclata: non viola nulla, facciamolo anche noi, e chiediamo a Bruxelles di anticipare l’obbligo del 2030. Sempre rimanendo fermo quanto detto sopra al sub II, ovvero che si devono applicare regole uguali , con medesimi vincoli ambientali, per i materiali che arrivano da altri continenti. Non è ammissibile in sostanza che i produttori extra-UE usufruiscano del vantaggio plateale dei minori costi ambientali che invece gravano sulle nostre aziende. Finchè non si interviene su questo versante i problemi rimarranno irrisolti.
IV. In Sardegna. Costruire gli impianti che mancano o implementare quelli esistenti. I centri di selezione e stoccaggio previsti dal Piano regionale sono ancora sulla carta o in fase di appalto. Finché dipendiamo da pochissimi operatori privati, basta la fermata di uno solo per bloccare mezza Sardegna. È esattamente quello che sta accadendo.
Non basta chiedere ai cittadini di fare la differenziata. La legge deve garantire che la plastica raccolta venga comprata dalle nostre industrie, proteggendo la filiera dalla concorrenza di chi non rispetta le nostre stesse regole ambientali.
Altrimenti il sacrificio quotidiano di centinaia di migliaia di famiglie sarde diventa quello che sta diventando adesso: un sacchetto giallo che resta in cucina.
Sassari, agosto 2026
Gianfranco Meazza
