La libertà che ci è stata sottratta

Le ragioni del Sovranismo

e di Futuro Nazionale

Ogni progetto politico lungimirante nasce da una domanda fondamentale: di che cosa ha bisogno l’Italia, oggi? La risposta, forse, potremmo trovarla in una sola parola: fiducia.

La fiducia non come slogan, ma come il fondamento su cui deve poggiarsi una Comunità: lo Stato funziona solo se i cittadini credono nelle istituzioni e, prima ancora, gli uni negli altri.

Da troppi anni assistiamo a un’erosione silenziosa di questo capitale. E quando la fiducia si consuma, si dissolve il legame che tiene insieme il tessuto sociale.

Ma la fiducia non si perde per caso, e non si ricostruisce con le promesse. Dietro la sua erosione c’è una domanda sola, che la politica, purtroppo, non ha il coraggio di porsi apertamente: chi decide davvero? Non chi governa in apparenza, ma chi prende le decisioni che cambiano la vita delle persone. Tutto ciò che segue —i diritti e i doveri, il rapporto tra legge e costumi, il ruolo che deve assumere il mercato — è il tentativo di rispondere a questa unica domanda. Perché la fiducia torna solo quando il cittadino può verificare tre cose: che chi ha deciso ha un nome, che quel nome lo ha scelto lui, e che se sbaglia ne risponde.

Il sintomo più evidente della frattura sociale in atto è il voto che non c’è più. Alle elezioni europee del 2024 ha votato meno della metà degli aventi diritto — il 49,69%, il minimo storico per una consultazione nazionale — e già alle politiche del 2022 l’affluenza era scesa al 63,9%, il dato più basso mai registrato in una elezione politica. Una parte crescente di chi non vota non è fatta di cittadini distratti. Sono cittadini che hanno capito qualcosa che la politica non ha ancora avuto il coraggio di dire.

E allora, come si ricompone la frattura sociale? Non con le promesse, ma cercando di comprenderne le ragioni. Ragioni che gli avversari del sovranismo continuano a non cercare, a fingere di non capire.

Quelle classi dirigenti che, guardando con ostilità al sovranismo, nel consolidare la gestione del potere si allontanano pian piano dal sentire popolare e finiscono per sentirsi più vicine alle élite, addirittura più vicine agli altri Paesi che al proprio popolo. Parlano la stessa lingua, frequentano le stesse sedi, condividono lo stesso vocabolario tecnico.

Christopher Lasch, trent’anni fa, lo chiamò la rivolta delle élite: 1non più la ribellione delle masse temuta da Ortega y Gasset, ma il contrario — il distacco di chi sta in alto da chi sta in basso, la secessione di una classe che non ha più bisogno del proprio popolo perché ha il mondo intero come orizzonte. L’effetto lo avvertono i cittadini con delusione e rabbia, perché si sentono guardati dall’alto in basso. Si sentono resi invisibili.

Per capire come ci siamo arrivati conviene tornare alla distinzione che Benjamin Constant tracciò in una celebre conferenza del 1819: la libertà degli antichi e la libertà dei moderni.2

La libertà degli antichi era la facoltà di partecipare: deliberare nella piazza, concorrere alle decisioni comuni, contare qualcosa nel destino della propria città. Era una libertà pubblica, esercitata insieme agli altri.

La libertà dei moderni è quasi l’opposto: è il diritto di essere lasciati in pace, di godere della propria proprietà, delle proprie opinioni, dei propri consumi, senza che nessuno interferisca. Constant vedeva i due modelli come complementari e metteva in guardia dal sacrificarne uno.

Noi, duole dirlo, ne abbiamo sacrificato uno. Abbiamo accettato uno scambio: ci è stata garantita fino all’eccesso la libertà dei moderni — quella privata, individuale, illimitata nella sfera dei costumi — e ci è stata sottratta, pezzo dopo pezzo, la libertà degli antichi, quella di decidere davvero. Siamo diventati liberissimi di scegliere qualunque cosa, tranne ciò che riguarda tutti.

Su questo punto ci viene in soccorso Rousseau, che parlando del sistema inglese lo disse in modo ancora più incisivo: il cittadino è libero il giorno delle elezioni e cessa di esserlo il giorno dopo. Da lì la sua idea di rappresentanti vincolati agli impegni presi e revocabili se non li rispettano.3

Un’idea che oggi verrebbe definita estremista, e che invece è semplicemente la conseguenza logica dell’articolo 1 della nostra Costituzione: la sovranità appartiene al popolo. Appartiene. Non gli viene prestata ogni cinque anni con clausola di irrevocabilità.

Certo, si obietterà che l’articolo 67 vieta il mandato imperativo, e l’obiezione è fondata. Ma quella norma nacque per proteggere il parlamentare dai notabili e dai potentati che potevano ricattarlo, non per renderlo irresponsabile davanti a chi lo ha eletto. Oggi produce l’effetto opposto a quello voluto: non libera il deputato dai poteri forti, lo libera dal programma con cui è stato votato.

Ma anche solo restituire agli elettori il potere di scegliere il proprio rappresentante – a cominciare dal voto di preferenza-non significa forzare la Costituzione: significa dare finalmente attuazione al suo primo articolo.

Chiediamoci allora quante delle decisioni che incidono sulla vita degli italiani vengono davvero prese da qualcuno che gli italiani hanno eletto.

I parametri di bilancio, i vincoli automatici, le scadenze regolamentari, le compatibilità di mercato, i giudizi delle agenzie di rating: nulla di tutto ciò è stato votato da nessuno, eppure decide più di qualunque programma elettorale. Al cittadino resta l’illusione della scelta e la certezza dell’esecuzione.

Non è una critica alla competenza tecnica, che serve e va rispettata se non diviene sovrana. Oggi dobbiamo constatare che la tecnica ha smesso di essere uno strumento della decisione politica ed è diventata il suo sostituto. E una decisione senza un nome è una decisione di cui nessuno risponde.

Anche qui la nostra Costituzione è più coraggiosa del nostro tempo. L’articolo 41 riconosce la libertà di iniziativa economica privata e nello stesso respiro afferma che essa non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale.

Il mercato è un mezzo eccellente e un padrone pessimo. Rimetterlo al suo posto non è ostilità verso l’impresa: è la condizione perché l’impresa serva a qualcosa di più che ai propri bilanci trimestrali.

La Sardegna lo sperimenta ogni giorno. Parametri concepiti per territori continentali, applicati uniformemente a una realtà insulare, non producono equità: producono spopolamento. È la dimostrazione quotidiana che la politica ha abdicato alla contabilità.

Se la prima domanda è chi decide, la seconda è altrettanto decisiva: chi è la comunità che dovrebbe decidere? Perché un popolo che non si riconosce più come tale non è in grado di esercitare alcuna sovranità, neppure se gliela restituissero domani.

Chi lavora nel diritto lo constata ogni giorno: viviamo dentro un’inflazione di diritti sempre più minuti, sempre più individuali, spesso in contraddizione tra loro, che ha prodotto una società litigiosa e insieme fragile. Una delle prime frasi che i bambini imparano oggi è “io ho diritto a questo, ho diritto a quello”.

Non è sempre stato così. Il diritto naturale classico, quello ereditato da greci e romani, fondava il diritto sul dovere: si comincia da ciò che si deve, e ciò che si deve fonda ciò che spetta. Il diritto era inoltre un rapporto esterno, una giusta proporzione: compito del giudice era dire a ciascuno il suo. Il diritto naturale moderno ha rovesciato l’impianto: i diritti sono stati interiorizzati, l’uomo nascerebbe con i diritti come nasce con gli occhi e con le mani, indipendentemente da qualsiasi obbligo verso chicchessia.

Si dice spesso che una dichiarazione dei doveri dell’uomo non sia mai stata scritta. Non è esatto: già la Costituzione francese dell’anno III, nel 1795, si apriva con una Dichiarazione dei diritti e dei doveri dell’uomo e del cittadino. 4 Ma lì i doveri stavano accanto ai diritti, come un’appendice prudente.

Il rovesciamento vero lo ha poi compiuto Giuseppe Mazzini nei Dei doveri dell’uomo: Giuseppe Mazzini ne pubblicò i primi capitoli a Londra, sull’Apostolato Popolare, tra il 1841 e il 1842, e lo diede alle stampe in volume nel 1860, a Lugano, con una dedica agli operai italiani.5 La sua tesi era esattamente questa: la teoria dei soli diritti produce individui che rivendicano, la teoria dei doveri produce popoli che costruiscono. Prima i doveri, e i diritti verranno come loro conseguenza.

Non è una posizione autoritaria. È il fondamento della nostra Repubblica. L’articolo 2 riconosce i diritti inviolabili dell’uomo e nella stessa frase richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale. L’articolo 4 stabilisce che ogni cittadino ha il dovere di concorrere al progresso della società. L’articolo 54 impone fedeltà alla Repubblica, e disciplina e onore a chi ricopre funzioni pubbliche.

I costituenti avevano capito ciò che noi abbiamo dimenticato: un diritto sganciato dal dovere non è più un diritto, è una pretesa. E una società di pretese non regge il primo urto della storia.

C’è poi una componente più silenziosa. La morale pubblica di un popolo — ciò che una comunità considera decente, giusto, doveroso, vergognoso — non nasce nelle aule dei tribunali né negli uffici studi. Nasce dall’esperienza accumulata di generazioni che hanno imparato a convivere: nelle famiglie, nelle parrocchie, nei paesi, nel lavoro, nelle regole non scritte del vicinato. È ciò che Vico chiamava senso comune.6

Da qualche decennio si è affermata l’idea opposta: che quei costumi siano residui da correggere, e che il compito delle istituzioni e della cultura ufficiale sia rieducare il popolo che li esprime. È il rovesciamento più radicale che si possa immaginare, perché non si chiede al popolo di cambiare opinione: si chiede al popolo di cambiare coscienza.

Il punto di massima torsione si raggiunge quando questa logica arriva a toccare il criterio stesso del vero, e ciò che conta non è più che cosa si afferma ma chi lo afferma. Un pensiero che si proclama liberatore e intanto stabilisce nuove esclusioni non è progresso: è una forma di nichilismo culturale, che finisce per indossare i panni di ciò che dice di combattere.

E quando la legge si allontana troppo dai costumi reali di una comunità, non li corregge — si limita a perdere autorità. Le persone smettono di riconoscersi nelle regole e cominciano ad aggirarle.

Certo, la morale popolare non è infallibile, e non tutto ciò che una maggioranza sente è per ciò stesso giusto. Esistono limiti costituzionali, e devono esistere. Ma tra il riconoscere questi limiti e il considerare il popolo un minore da tutelare c’è un abisso, ed è dentro quell’abisso che è precipitata la fiducia nella politica.

Il sovranismo che serve all’Italia non è chiusura. Un Paese che ha vissuto per tremila anni di scambi mediterranei non può chiudersi senza morire, e la Sardegna lo sa da prima degli altri. Non è autarchia economica, che nessun Paese moderno può permettersi. Non è rancore verso lo straniero: è pretesa di regole, e le regole valgono per tutti. Non è nostalgia di un passato immaginario, perché nessun popolo si è mai salvato guardando indietro. Il sovranismo sano è una cosa sola: la rivendicazione che le decisioni fondamentali di una comunità siano prese da chi quella comunità l’ha scelto, e davanti a questa ne risponda. È la ricostruzione della catena che lega chi decide a chi subisce la decisione.

Chiedere più democrazia, non meno: più referendum, più responsabilità degli eletti, più controllo, meno automatismi. Chiedere che il cittadino possa scegliere il proprio rappresentante e non ratificare una lista. Il Sovranismo chiede una nazione capace di stare in Europa — ma non in questa Europa —portando la propria voce invece di eseguire silenziosamente le altrui.

Ed è qui che si chiude il cerchio con cui abbiamo cominciato. La fiducia non si decreta e non si invoca: si ricostruisce restituendo alle persone il potere di decidere e la possibilità di chiedere conto a qualcuno. Un cittadino che sa chi ha deciso, che lo ha scelto e che può mandarlo a casa torna a fidarsi. Un cittadino che assiste all’esecuzione di decisioni prese altrove, da nessuno in particolare, resta a casa il giorno del voto — e ha le sue ragioni.

Il sovranismo chiede infine una cosa che nessun  parametro tecnico  di Maastricht (o di Lisbona)  può fornire: un popolo che torni a sentirsi tale. Perché — ed è questa la frase di Mazzini che vale come programma — la Patria non è un aggregato, è un’associazione. Un aggregato è una somma di individui che occupano lo stesso territorio e non si devono nulla. Un’associazione è una comunione di liberi e di uguali affratellati in concordia di lavori verso un unico fine.

Futuro Nazionale con il Presidente Roberto Vannacci nasce con questo spirito: per ricomporre la frattura sociale, per ridare vitalità alla cittadinanza e all’identità nazionale.

E il richiamo all’identità non è pura nostalgia rivolta al passato: è come una sorta di riflesso di sopravvivenza,  un percorso al passato necessario e le cui radici sono altamente democratiche. Identità e sovranità stanno insieme, e l’una senza l’altra non regge. Un’identità che non dispone dei mezzi per esercitare la sovranità è destinata a indebolirsi e a sparire: diventa folclore, sagra, marchio turistico. Diventa il costume che si indossa la domenica dopo aver ceduto ogni potere di decidere il lunedì.

Futuro Nazionale nasce per restituire dignità a parole che sono state rese impronunciabili — nazione, popolo, patria, famiglia, virtù, identità — e che non appartengono a nessuna fazione: appartengono a chiunque abbia a cuore la sorte di questo Paese.

Una nazione non è un patrimonio che si eredita: è un patrimonio che si tiene in custodia. Se questa generazione non se ne riprende le chiavi, la prossima non troverà nulla da custodire.

Sassari, agosto 2026

Gianfranco Meazza


1 La rivolta delle élite: Il tradimento della democrazia di C. Lasch , Neri Pozza)

2 La libertà degli antichi, paragonata a quella dei moderni di Benjamin Constant, Einaudi)

3 Il Contratto sociale, di Jean Jacques Rousseau, Libri dell’Arco)

4 https://scienzepolitiche.uniroma2.it/wp-content/uploads/2017/10/23.-Costituzione-1795-Dichiarazione-dei-diritti-e-dei-doveri-1.pdf

5 Doveri dell’uomo: Edizione integrale, Giuseppe Mazzini

6 La Scienza nuova. Le Tre Edizioni del 1725, 1730 e 1744, di Giambattista Vico, Bompiani.