Sul multiculturalismo

Il Patto civile che dobbiamo ancora costruire

Leggo sempre con vivo interesse gli editoriali di Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera. Tra questi, merita una riflessione profonda quello del 26 agosto 2026 dedicato al tema del multiculturalismo: un nodo oggi al centro di un dibattito politico e culturale spesso aspro, distorto e condizionato da rigidità ideologiche.

(https://www.corriere.it/opinioni/26_agosto_26/i-limiti-del-multiculturalismo-b65028f8-1351-4466-9070-40b1ff8ccxlk.shtml).

È d’impatto la disamina che lo storico compie guardando proprio al versante della sinistra intellettuale. I passaggi sono eloquenti: per due o tre decenni, il ceto progressista occidentale ha liquidato qualsiasi obiezione o messa in guardia sull’immigrazione afroasiatica come un semplice pregiudizio etnicista o razzista. Ha cullato l’illusione che il costume importato, la musica o una strisciante irreligiosità potessero bastare a far dimenticare alle masse popolari europee la loro storia secolare, le proprie abitudini, il legame viscerale con i luoghi d’origine e l’idea profonda che quei luoghi appartenessero loro. Nel suo «supponente razionalismo», la cultura progressista ha dato per scontato che, a contatto con l’Europa, anche l’Islam sarebbe andato incontro allo stesso processo di secolarizzazione toccato in sorte al Cristianesimo.

Ma la realtà ha infranto l’illusione. Quel processo non ha funzionato. E fa un certo effetto vederlo attestare da uno storico di tale autorevolezza.

Di fronte a questo scenario, la domanda che si impone — sul piano sociale quanto su quello squisitamente giuridico — è una sola, ineludibile: è davvero possibile condividere il medesimo spazio pubblico tra consociati che abitano la stessa terra, ma portano con sé visioni del mondo, stili di vita e concetti di morale irriducibilmente differenti? Quale distanza tra condotte di vita diverse possiamo accettare, e quale soglia, invece, non può essere valicata senza rischiare il dissolvimento della nostra comunità?

Per rispondere non servono tifoserie, né le lenti deformanti delle ideologie di parte: occorre uno sguardo obiettivo che affondi le radici nella storia. Le civiltà e le grandi tradizioni spirituali hanno costruito nel tempo equilibri differenti tra fede, ragione e vita pubblica. Se filosofie come il Buddismo o lo Scintoismo non presentano sostanziali profili di incompatibilità con l’assetto democratico occidentale, altre tradizioni generano con esso tensioni profonde e strutturali. Guardiamo per esempio alla storia del pensiero cristiano. Pur tra drammatiche contraddizioni storiche — l’Inquisizione, i conflitti di religione, il caso Galileo — il Cristianesimo ha maturato nei secoli una convinzione fondamentale: la fede e la ragione non solo possono, ma devono interloquire. L’incipit del Vangelo di Giovanni non lascia dubbi: «In principio era il Logos» — la Ragione che è al contempo Parola divina. Il mondo è intelligibile, e la ragione umana è in grado di accedere alla verità. Da questo presupposto è nata un’architettura unica: per oltre un millennio l’Occidente ha vissuto sul doppio binario di due ordinamenti distinti e concorrenti. Il foro interno della coscienza e il foro esterno della legge; la Chiesa e l’Impero; il diritto canonico da cui è germogliata la consapevolezza dell’interiorità e il diritto civile. Nessuno dei due poteri è mai riuscito ad assorbire interamente l’altro. (P. Prodi, Una storia della giustizia. Dal pluralismo dei fori al moderno dualismo tra coscienza e diritto, Il Mulino, Bologna 2000).

In questo solco fecondo di tensioni, battaglie e rivoluzioni, sono nate le università medievali, il diritto naturale, la separazione tra Cesare e Dio, la tutela dei diritti soggettivi e, infine, la democrazia liberale moderna.

È stato un cammino tortuoso e insanguinato, in cui il Cristianesimo storico ha le sue colpe. Un traguardo raggiunto anche grazie alla spinta decisiva della Rivoluzione Industriale e dell’Illuminismo. Ma la traiettoria era tracciata: il progressivo e irreversibile riconoscimento dell’autonomia della ragione.

L’Islam classico risponde a un’architettura radicalmente diversa.

Nel mondo islamico, il Corano non è un testo “interpretabile” nel senso in cui lo sono le Scritture per la tradizione cristiana. Nella sua matrice più autentica e letteralista, il testo sacro è eterno, increato, dettato parola per parola da Dio. La Sharia non nasce da una mediazione ecclesiale, né da un contratto sociale di stampo hobbesiano tra cittadini: è rivelazione diretta della volontà divina. La ragione non ha mai conquistato un’autonomia propria rispetto alla sfera spirituale.

Mancando una Chiesa come istituzione distinta dal potere politico, mancando un diritto canonico contrapposto al diritto del sovrano e un foro della coscienza separato dal foro della legge, nell’Islam è mancato quel dualismo strutturale attraverso cui, in Occidente, si è fatta strada la libertà individuale.

Questa è la matrice da cui muove ogni fondamentalismo. Non significa, all’evidenza, che tutti i musulmani siano radicali, né che l’Islam sia un monolite privo di sfumature: esistono e sono esistite correnti riformiste, il misticismo del sufismo, ermeneutiche aperte. Tuttavia, la struttura dottrinale di partenza rende immensamente più ardua — sebbene non impossibile — quella netta demarcazione tra la sfera sacra e la sfera civile che l’Europa ha conquistato a caro prezzo.

Ecco perché certi temi, spesso liquidati superficialmente nel dibattito politico e sui social media come semplici provocazioni o “slogan”, toccano in realtà un nervo scoperto e profondo della nostra società. Quando si parla di occupazione dello spazio pubblico, di preghiere di massa nelle piazze o di identità, non si sta facendo mera propaganda: si sta sfiorando una realtà viva e avvertita da molti. Oggi perfino la storiografia più rigorosa giunge a chiamare le cose con il proprio nome.

Nella tradizione occidentale lo spazio pubblico è laico: appartiene a tutti proprio perché non appartiene a nessuno in esclusiva. La fede è un atto privato e comunitario che trova la sua sede naturale nei luoghi di culto. Questa distinzione è sacra per la nostra civiltà. Nella tradizione islamica classica, al contrario, lo spazio pubblico è esso stesso potenzialmente sacro, come dimostra la natura collettiva dell’adhan, il richiamo alla preghiera.

Si scontrano qui due logiche spaziali e culturali distinte. Pretendere di derubricare il senso di spaesamento dei cittadini a manifestazioni di “razzismo” o “islamofobia” significa ignorare i processi storici e negare le identità dei popoli.

Il punto nodale non è la moschea in sé, e nemmeno il velo. Il vero nodo sorge quando una visione del mondo pretende di imporre le proprie regole a chi non le condivide. Non più solo “io prego così”, ma “tu devi conformarti o tacere”; non più solo “io non mangio carne di maiale”, ma “tu non devi più venderla”. È qui che si traccia la linea sottile e tremenda che separa la legittima diversità dal separatismo culturale.

Per governare questo tempo non servono slogan, ma conoscenza. Dobbiamo leggere di più, comprendere il Corano, studiare gli hadith e la Sharia, affinché il giudizio non preceda mai la sapienza. Dobbiamo imparare a distinguere l’Islam come sistema dottrinale dai singoli musulmani come persone — molte delle quali integrate nei nostri Paesi, mentre altre oppongono una resistenza aperta al nostro modello di vita.

La vera domanda politica e culturale che ci sovrasta è la seguente: fino a che punto una civiltà può accogliere e ospitare un’altra senza smarrire e annientare se stessa?

Perché una convivenza regga, occorrono delle soglie, quattro pilastri irrinunciabili:

  1. Il riconoscimento delle differenze: basta con l’ipocrisia dell’egualitarismo di facciata. Le culture non sono tutte uguali: per ragioni storiche, non tutte producono le medesime garanzie in termini di libertà individuale, parità tra uomo e donna e separazione tra Stato e religione. Non si fonda alcun patto sull’illusione che le differenze non esistano.
  2. La laicità come spazio neutro: lo spazio pubblico appartiene ai cittadini in quanto tali. Chiunque vi entri deve accettare che il potere civile e costituzionale non sarà mai subordinato ad alcun precetto religioso. È il prezzo della libertà, e vale per tutti.
  3. La consapevolezza identitaria: bisogna sapere chi siamo per sapere cosa vogliamo difendere. Una civiltà svuotata di sé, incapace di amare la propria storia, non ha la forza di negoziare alcuna condizione di convivenza e finisce per smarrirsi.
  4. Il confine tra comunitarismo e separatismo: un ristorante kosher, un banco halal, la messa di domenica o il venerdì in moschea sono ricchezze di una società plurale. Ma quando una comunità rifiuta lo spazio comune e intende erigere enclave con regole proprie da imporre agli altri, l’incompatibilità diventa assoluta.

Tradurre tutto questo in azione politica significa definire un Patto Civile di Adesione. Accogliere l’altro non significa dissolversi nell’altro. Chi sceglie di vivere nella nostra Repubblica deve compiere un atto solenne di adesione ai valori della Costituzione, come fosse un giuramento: il rispetto delle leggi, la sovranità popolare, il carattere democratico del Paese, la pari dignità sociale e il totale ripudio della violenza come strumento politico o religioso.

Un patto chiaro, formale, che non comprime la libertà di pensiero o di fede, ma fissa un argine invalicabile: il rispetto dell’ordinamento e del buon costume. Solo ripartendo da questa consapevolezza potremo costruire una convivenza che sia autenticamente pacifica, libera e consapevole.

Sassari, settembre 2026

 Gianfranco Meazza