Servono Comunità, non mega-impianti.
In questi anni di transizione energetica si è creata una grande confusione su una domanda semplice: che cosa fa davvero abbassare il costo dell’energia per famiglie e imprese? I grandi parchi eolici e fotovoltaici, i cavidotti miliardari, le mega-infrastrutture di rete, oppure i piccoli impianti di prossimità, le comunità energetiche, l’autoconsumo locale?
Per capire dove abbiamo sbagliato – e perché in Italia, e in Sardegna in particolare, si continua a pagare l’energia cara nonostante l’abbondanza di vento e sole – bisogna guardare con onestà alle scelte politiche fatte finora e confrontarle con ciò che chiedono davvero le direttive europee e con quello che stanno facendo altri Paesi membri.
La prima cosa da chiarire è che l’Unione Europea non ha mai imposto agli Stati membri di puntare sui grandi impianti industriali. Al contrario, le direttive sulle energie rinnovabili, a partire dalla RED II (2018/2001/UE) e rafforzate dalla RED III del 2023, dicono esattamente il contrario: i cittadini devono diventare “prosumer”, cioè produttori e consumatori; l’autoconsumo deve essere favorito; le comunità energetiche rinnovabili devono essere agevolate e rese accessibili anche ai consumatori vulnerabili; la produzione locale e condivisa è considerata uno strumento chiave per una transizione equa e giusta. https://energy.ec.europa.eu/topics/markets-and-consumers/energy-consumers-and-prosumers/energy-communities_en?utm_source=chatgpt.com.
Pur con tutti i suoi limiti, le sue rigidità e le ben note derive burocratiche, l’Unione Europea non può essere letta soltanto come un apparato distante e farraginoso. Accanto agli errori e alle criticità che spesso le imputiamo, esistono anche elementi di valore che meritano di essere riconosciuti. Uno di questi – forse il più significativo nella transizione energetica – è proprio l’impianto normativo che promuove l’autoconsumo, le comunità energetiche e la produzione distribuita. Qui l’Europa ha indicato con chiarezza una direzione moderna e socialmente più giusta: un modello in cui i cittadini non sono semplici utenti passivi, ma partecipano alla produzione dell’energia, ne condividono i benefici e contribuiscono alla riduzione dei costi collettivi. È un approccio che, al di là di ogni valutazione politica, rappresenta una delle intuizioni più avanzate dell’architettura comunitaria. L’Europa, chiede ai Paesi di costruire un sistema distribuito, partecipato, vicino ai territori, in cui i cittadini non siano solo spettatori ma protagonisti. Il problema qui non è tanto europeo , quanto di scelte (passate) fatte a livello nazionale.
L’Italia, invece di imboccare con decisione questa strada, ha scelto per anni un modello quasi opposto. Il recepimento delle norme europee sulle comunità energetiche è arrivato in ritardo, con molta confusione applicativa e con una burocrazia tale da rallentare drasticamente la nascita delle Comunità Energetiche Rinnovabili CER rispetto al resto d’Europa. https://tech4future.info/en/rec-renewable-energy-communities-bureaucracy/?utm_source=chatgpt.com.
In parallelo, il grosso degli sforzi politici e regolatori si è concentrato su due fronti: da un lato, la promozione dei grandi impianti eolici e fotovoltaici di taglia industriale; dall’altro, il sostegno a grandi opere infrastrutturali come il Tyrrhenian Link, che pure, per carità, ha una sua logica di sicurezza di sistema, ma non è pensato per abbassare direttamente le bollette dei cittadini.
Nessuna direttiva europea imponeva di puntare solo su questo modello centralizzato: è stata una scelta nazionale, favorita dall’interesse dei grandi operatori, dalla ricerca di “GW facili” per fare numeri sui target del PNIEC ( Piano del Clima) e da una tradizionale sfiducia verso ogni forma di decentramento reale del potere energetico.
Il risultato è paradossale: regioni come la Sardegna, dove già oggi si produce più energia di quanta se ne consumi, sono diventate bersaglio privilegiato di progetti giganteschi che non hanno alcuna relazione con i fabbisogni locali. In Sardegna, al 30 settembre 2025, le istanze di connessione a Terna per nuovi impianti da fonte rinnovabile ammontano a oltre 49 GW di potenza, con centinaia di richieste tra fotovoltaico ed eolico a terra e in mare, a fronte di consumi annui intorno agli 8 TWh e di un obiettivo europeo al 2030 che richiederebbe circa 7,5 GW di nuova capacità verde. Un vero caos.
Se anche solo una parte significativa di queste domande fosse approvata, l’isola verrebbe trasformata in una piattaforma energetica colossale, capace di produrre undici volte il proprio fabbisogno, senza che questo si traduca automaticamente in un beneficio sul prezzo dell’energia per i sardi. La produzione verrebbe immessa nel mercato nazionale ed europeo; i ricavi finirebbero alle grandi società proprietarie degli impianti; il paesaggio, l’agricoltura, la pastorizia pagherebbero il prezzo più alto; i cittadini continuerebbero a ricevere bollette determinate dal prezzo marginale del gas o delle grandi centrali termiche.
Qui sta il primo, l’enorme errore politico: si è confuso l’obiettivo di “fare tanti megawatt rinnovabili” con l’obiettivo di abbassare il costo dell’energia e rendere giusta la transizione. Sono due cose diverse. Le grandi infrastrutture – i mega-parchi industriali, i cavidotti, le dorsali ad altissima tensione – servono al sistema nel suo complesso, ma non garantiscono di per sé una riduzione delle tariffe finali. Per come è costruito oggi il mercato elettrico, il prezzo dell’energia all’ingrosso è unico a livello nazionale e viene fissato dall’impianto marginale più costoso, spesso ancora con l’ impianto a gas. Che in Sardegna ci siano 2 o 20 GW di eolico in più non cambia il fatto che il cittadino pagherà il prezzo determinato a livello di zona di mercato, che dipende dai combustibili fossili, dai costi di rete, dai servizi di dispacciamento e da altri oneri che non hanno niente a che vedere con l’autoconsumo locale. Il territorio sopporta l’impatto degli impianti, mentre il beneficio economico vola lontano.
Le comunità energetiche ribaltano questa logica. Una Comunità energetica è un soggetto collettivo – un condominio, un gruppo di famiglie, una cooperativa, un comune con i suoi cittadini – che installa impianti rinnovabili e usa principalmente quell’energia per coprire i consumi dei propri membri, condividendola in prossimità e, sempre più spesso, abbinandola a sistemi di accumulo. In questo caso il kilowattora non passa per la Borsa elettrica, non viene prezzato dal gas, non paga tutte le componenti di rete che gravano sull’energia “da lontano”: viene consumato sul posto e, anzi, è premiato da un incentivo specifico proprio perché riduce il carico sulla rete pubblica. Diversi studi europei mostrano che i membri di comunità energetiche ben progettate possono ridurre le bollette anche del 30–70% rispetto alle tariffe di mercato, soprattutto quando sono presenti accumuli e una gestione intelligente dei carichi. Si veda la “Mappatura delle Comunità Energetiche in Europa: Stato dell’Arte e Revisione delle Classificazioni Esistenti” che individua quasi 4.000 comunità energetiche tra Unione Europea e Regno Unito, con circa 900.000 membri. file:///Users/gianfrancomeazza/Desktop/documento su COM ENERG Studio/Mapping+of+EC+in+the+EU+status+quo+and+review+of+existing+classifications+PUBLISHED.pdf. In altre parole, a differenza dei mega-impianti, qui la transizione energetica si traduce immediatamente in un beneficio concreto per chi vi partecipa.
Non si tratta di teoria. In Germania esistono da anni migliaia di cooperative energetiche locali, nate già negli anni Duemila, che possiedono quote di parchi eolici, impianti fotovoltaici, piccole centrali a biomassa e reti di teleriscaldamento; secondo alcune stime, quasi la metà delle comunità energetiche dell’UE è oggi tedesca. (https://energytransition.org/2025/05/community-owned-renewables-now-span-all-of-europe/?utm_source=chatgpt.com).
In Danimarca una larga parte dell’eolico onshore è in mano a cittadini e agricoltori, spesso organizzati in cooperative, e questo modello ha garantito al tempo stesso accettazione sociale, riduzione dei costi e una distribuzione dei benefici sul territorio. Nei Paesi Bassi e in Belgio le cooperative vendono energia rinnovabile solo ai propri membri, a prezzi tendenzialmente inferiori a quelli di mercato, reinvestendo gli utili in nuovi impianti e in progetti sociali locali. Anche in Spagna, il governo ha scelto di sostenere attivamente le iniziative comunitarie con fondi dedicati, semplificazioni e progetti pilota: cooperative che forniscono energia rinnovabile a decine di famiglie, incluse quelle a basso reddito, a prezzi inferiori rispetto alle tariffe commerciali e con benefici tangibili in termini di indipendenza energetica e lotta alla povertà energetica. In Gran Bretagna, pur fuori dall’UE, esperienze come gli “energy clubs” di Energy Local permettono già oggi ai membri di risparmiare dal 10 al 30% in bolletta, pagando una tariffa speciale legata alla produzione del parco eolico o idroelettrico locale. (https://www.theguardian.com/money/2025/oct/18/green-energy-clubs-savings-electricity-bills-energy-local-better-deal?utm_source=chatgpt.com).
Cosa hanno in comune tutte queste esperienze? Una cosa semplicissima: la transizione energetica non è stata pensata soltanto come questione di gigawatt e infrastrutture, ma come politica sociale, territoriale e democratica. Le comunità, i comuni, i cittadini hanno avuto spazio per diventare proprietari, co-proprietari o comunque beneficiari diretti degli impianti. La produzione non è calata dall’alto su territori considerati vuoti, ma è cresciuta in collaborazione con quei territori. Questo non significa che non esistano grandi impianti industriali anche in quei Paesi; significa però che i grandi impianti non sono l’unica strada, e soprattutto non sono la parte che decide se una famiglia pagherà la luce il doppio o la metà.
In Italia, invece, le comunità energetiche sono rimaste per anni prigioniere della burocrazia, di ritardi normativi, incertezze regolatorie, limiti geografici troppo stretti per la condivisione, assenza di sportelli tecnici locali. Proprio mentre la UE sottolineava la centralità delle energy communities per una transizione giusta, in Italia si discuteva quasi solo di grandi opere, di termovalorizzatori, di dorsali, di nuovi gasdotti “di transizione”. È in questo scarto tra il modello europeo e quello nazionale che si inserisce la rabbia di molti territori, primo fra tutti la nostra Sardegna: non si contesta la necessità di decarbonizzare, ma il modo in cui è stata organizzata questa decarbonizzazione, che sembra più attenta ai bilanci dei grandi operatori che ai diritti energetici dei cittadini.
Il confronto tra i due modelli, dunque, è netto. Il modello delle grandi infrastrutture punta su poche opere colossali, controllate da pochi soggetti, che producono energia destinata al mercato generale: è un modello che può servire al sistema, ma non garantisce automaticamente bollette più basse, né tutela il territorio da impatti pesanti, né distribuisce equamente i benefici. Il modello delle comunità energetiche, dei piccoli impianti diffusi e dell’autoconsumo, al contrario, frammenta il potere energetico in migliaia di nodi locali: non sostituisce la rete nazionale, ma la alleggerisce; non elimina i grandi impianti, ma li affianca con una rete di produzione comunitaria che taglia i costi, riduce la povertà energetica, aumenta la resilienza e rende la transizione socialmente accettabile.
Se l’obiettivo politico è solo “fare numeri” per Bruxelles, allora è coerente continuare a riempire di pale eoliche e pannelli fotovoltaici i territori considerati marginali, costruire grandi cavi sottomarini e sperare che il mercato, prima o poi, faccia il resto. Ma se l’obiettivo è davvero ridurre il costo dell’energia per i cittadini, rafforzare le comunità, evitare che intere regioni diventino colonie energetiche, allora la priorità dovrebbe essere un’altra: liberare il potenziale delle comunità energetiche, sostenere l’autoconsumo, semplificare la burocrazia, accompagnare i comuni nella progettazione, vincolare i grandi impianti industriali a patti chiari di beneficio locale. Cosa deve fare allora il Governo …..deve darsi una mossa, seriamente , velocemente , intervenire sulla macchina burocratica, e dare centralità alle comunità energetiche, quello che molti Paesi europei stanno facendo da anni e che l’Europa stessa raccomanda nelle sue linee guida. https://www.ilpost.it/2025/11/27/riduzione-fondi-comunita-energetiche/
L’Italia può ancora cambiare rotta, ma deve riconoscere l’errore politico di aver trattato l’energia come una questione solo di grandi numeri, dimenticando che ogni kilowattora ha un volto umano, un territorio, una comunità che lo subisce o ne beneficia.
Sassari, novembre 2025
Gianfranco Meazza
Identità e Costituzione ets
