Il futuro della UE
Merita di essere esaminato il documento che illustra la strategia USA in Europa https://www.documentcloud.org/documents/26341039-national-security-strategy/.
In verità non è altro che una conferma di una politica avviata già da tempo, ma che ora si rivela plateale e senza possibilità di ombra di smentita.
Gli USA dicono chiaramente che devono guardare ai loro interessi.
Con riferimento all’Ucraina si legge: ”…È interesse fondamentale degli Stati Uniti negoziare una rapida cessazione delle ostilità in Ucraina… e ristabilire la stabilità strategica con la Russia…”.
Dicono che anche i singoli Stati Europei devono fare altrettanto, e cercare di rivolgersi ad un modello che valorizzi la sovranità degli Stati, a fronte della cessazione della primaria presenza degli USA a difesa dell’Europa.
Nella sostanza, meno espansione USA in Europa, più oneri a carico degli europei, più responsabilità primaria europea in difesa, sicurezza di frontiera e industria della difesa. Trattasi della ulteriore conferma del mutamento della postura americana verso l’Europa: non più un’Europa protetta e dipendente, ma un partner che assuma maggiori responsabilità e che si renda capace di sostenere il proprio peso strategico.
In questa prospettiva, il nuovo ruolo dell’Unione Europea non viene descritto come separazione dagli Stati Uniti, ma come maturazione politica: da cliente strategico a interlocutore autonomo, da beneficiario della sicurezza americana a co-produttore di sicurezza. L’elemento decisivo è che, secondo la strategia americana, Washington ha interesse prioritario a chiudere rapidamente il conflitto in Ucraina e ristabilire un rapporto con la Russia, anche a carattere economico oltre che una stabilità strategica. Ma ritiene che questo obiettivo sia raggiungibile solo se l’Europa, nel lungo periodo, assuma la gestione della propria difesa, dei propri confini e della propria industria militare. Lo stesso documento osserva che la guerra ha aumentato le dipendenze esterne dell’Europa, rendendola più vulnerabile e meno capace di decisione autonoma.
Da qui la richiesta di cambio di paradigma.
Secondo gli Usa l’Europa deve investire di più nella difesa, costruendo capacità industriali comuni e sviluppando settori critici come munizionamento, difesa antimissile, capacità navali. La logica è semplice: se gli Stati Uniti ridurranno nel tempo la loro presenza militare diretta nel continente, sarà necessario che gli europei dispongano di mezzi minimi per la deterrenza, senza appellarsi costantemente all’intervento americano. La Nato, in questo schema, non scompare, ma cambia funzione: meno espansione e più capacità, meno simbolismo politico e più efficacia militare. La percezione di una Nato in espansione perpetua viene indicata come un fattore destabilizzante, mentre la priorità diventa ridurre il rischio di escalation.
Gli Stati Uniti chiedono addirittura un’apertura maggiore dei mercati europei ai beni e servizi americani, ma allo stesso tempo sollecitano l’Europa a dotarsi di strumenti attivi contro pratiche ostili: sovracapacità industriale, furto tecnologico, spionaggio, manipolazione delle catene di fornitura. Si denuncia come il modello economico europeo, basato su regolazione lenta, mercati protetti e concorrenza limitata, non regge più nel mondo della competizione geopolitica. In altre parole, se l’Europa vuole contare, deve accettare di essere meno protetta e più competitiva; e se vuole che gli Stati Uniti restino coinvolti, deve offrire reciprocità commerciale, non solo dipendenza militare.
Gli Stati Uniti denunciano la governance interna. Criticano apertamente l’eccessiva regolazione, la burocrazia paralizzante, le limitazioni della libertà di espressione e il ruolo degli organismi transnazionali che riducono sovranità e responsabilità.
L’aspettativa- per gli USA- è che l’Europa difenda la libertà di parola e il pluralismo, evitando restrizioni percepite come “elite-driven”, imposte dall’alto e scollegate dal consenso democratico. Questo passaggio riflette una preoccupazione americana: un’Europa che limita il dibattito pubblico e irrigidisce le regole finisce per indebolire la propria coesione interna e rendersi vulnerabile alle interferenze esterne.
In questo quadro, l’immigrazione, l’allargamento e il declino demografico non sono trattati come fenomeni umanitari o sociali, ma come fattori di sicurezza e stabilità. L’Europa viene sollecitata a rivedere la struttura portante delle proprie istituzioni, perché ci sono troppi livelli di governance, senza la presenza di una capacità politica reale di controllarli e coordinarli. Troppi paesi membri con interessi divergenti, con una struttura istituzionale complicata, sovrapposizioni tra organismi nazionali, europei e transnazionali e meccanismi decisionali che rallentano o impediscono scelte rapide. D’altro canto fanno capire gli Stati Uniti perché ogni nuova instabilità aumenta il costo strategico a carico degli Stati Uniti medesimi. Anche qui la logica è costi-benefici: meno Washington, più responsabilità locale.
Il messaggio implicito è che il vecchio patto – sicurezza americana in cambio di allineamento politico ed economico – non è più sostenibile. Gli Stati Uniti non hanno più interesse né risorse infinite per garantire la sicurezza europea a prescindere dalle scelte europee. E ritengono che la dipendenza strutturale dell’Europa non sia solo onerosa, ma pericolosa, perché produce fragilità sistemica, rallenta le decisioni strategiche e moltiplica i rischi di conflitto.
L’uscita dal conflitto ucraino, in questo schema, non passa attraverso una vittoria totale, ma attraverso un equilibrio sostenibile, che riduca i rischi sistemici e permetta agli europei di occuparsi di sé stessi. Questo non significa abbandonare Kiev, ma sostenerla in modo compatibile con un esito negoziale. La guerra non è più vista come teatro ideale per l’affermazione di valori, ma come minaccia ai fondamentali strategici occidentali.
In sostanza, la nuova strategia americana ribadisce –apertis verbis -all’Europa che un’epoca è finita. La sicurezza a basso costo, l’integrazione europea senza sovranità, la crescita economica protetta e la governance tecnocratica non sono più sostenibili in un mondo di competizione strategica. Se l’Europa vuole evitare di diventare un terreno di scontro tra potenze o un protettorato sotto tutela, deve assumere la responsabilità del proprio destino. Non significa sganciarsi dagli Stati Uniti, ma diventare un alleato in grado di contribuire.
A questo punto, la domanda fondamentale e se l’Europa – e con essa il nostro Governo italiano – voglia rendersi conto dello stato in cui si trova, cioè, rebus sic stantibus, una condizione della UE senza futuro, e constatare quindi che il sistema europeo attuale non è sostenibile.
Può l’Unione Europea, così come è, con la traiettoria che ha assunto e per come si è strutturata, pensare di armarsi in assenza di una strategia politica, senza una sovranità politica? Può vivere questa Unione Europea di procedure e norme su norme? Con mediazioni infinite e una sovranità diffusa e spesso indecifrabile, può davvero affrontare un ciclo storico che richiede decisioni, assunzioni di responsabilità e capacità di difendere interessi concreti? Il rischio concreto, altrimenti, sarà quello di restare prigioniera di un modello istituzionale costruito per un mondo che non esiste più dove la storia sembrava destinata ad addormentarsi e l’economia globale garantiva sicurezza e crescita senza costi politici?
La nuova fase geopolitica – più competitiva, più instabile e più conflittuale – sembra richiedere alla UE qualcosa che non è strutturalmente in grado di offrire: cioè una volontà politica unitaria, una legittimazione democratica diretta e una capacità di azione che presupponga sovranità effettiva. Per questo motivo, se si vuole davvero diventare un soggetto della storia e non un oggetto degli eventi, occorre ripartire da una revisione radicale dei Trattati: (https://www.gianfrancomeazza.it/2025/03/16/la-fine-della-tutela-sull-europa/) non come rivendicazione ideologica, ma come condizione minima per restituire ai popoli europei la titolarità del potere politico e per definire, con chiarezza, che cosa spetti agli Stati e che cosa alla dimensione comune. La difesa dell’Europa deve passare per la revisione dei Trattati per una costruzione di una volontà politica comune.
Il tema della sovranità non è una nostalgia del passato, ma la premessa per rendere trasparente e responsabile il processo decisionale. Senza un legame diretto tra cittadino, Stato e scelta politica, non vi è consenso, non vi è legittimità, e non vi è forza. L’Europa ha costruito molto negli ultimi decenni, ma spesso lo ha fatto spostando decisioni lontano dai luoghi della rappresentanza democratica, confidando che l’efficienza tecnocratica sostituisse la volontà popolare. Oggi questo modello mostra i suoi limiti: non regge di fronte alle crisi globali e alimenta sfiducia e disaffezione.
Ripensare l’Unione significa allora tornare a rispettare la sovranità dei popoli europei, non per abolire la cooperazione, ma per fondarla su basi politiche solide. Una comunità di Stati sovrani che scelgono responsabilmente di lavorare insieme ha più stabilità e più legittimità di un sistema che procede per inerzia, senza un mandato chiaro e senza un rapporto diretto con i cittadini.
Sassari, Dicembre 2025
Gianfranco Meazza
Identità e Costituzione ets
