ma chi deve governare l’acqua?
Negli ultimi mesi si è tornato a discutere con forza della gestione dell’acqua in Sardegna e del futuro di Abbanoa, la società pubblica che gestisce il servizio idrico integrato.
Si legge il comunicato Abbanoa in cui “….Con il 92,01 per cento dei voti favorevoli, il 7,99 di astenuti e nessuno contrario, oggi l’Assemblea degli Azionisti (Regione e 342 Comuni soci) di Abbanoa ha dato il via libera al percorso che porterà a ristabilire l’originaria scadenza del Servizio idrico integrato (non più il prossimo 31 dicembre 2025 ma il 31 dicembre 2028) e la possibilità di proseguire anche oltre con la gestione pubblica “in house” tramite la restituzione alla Regione dell’aiuto di Stato concesso nel 2013: 187 milioni di euro che attualmente hanno un valore di circa 223 milioni di euro….”.(https://www.abbanoa.it/Notizie/Notizie/ASSEMBLEA-DEGLI-AZIONISTI-DI-ABBANOA-SI-AVVIA-IL-PERCORSO-DI-RESTITUZIONE-DELL-AIUTO-DI-STATO).
Il tema sta destando diverse polemiche soprattutto dopo il via libera dell’EGAS – come deciso- alla prosecuzione dell’affidamento in house fino alla scadenza originaria del 2028 e alla restituzione dell’aiuto di Stato concesso nel 2013. (https://www.egas.sardegna.it/2025/11/04/via-libera-dallegas-alla-ras-sulliter-di-mantenimento-della-gestione-del-servizio-idrico-integrato-da-parte-di-abbanoa-fino-alla-scadenza-originaria-del-contratto/).
La scelta di mantenere la gestione pubblica “in house” dell’acqua si rivela corretta e non può essere messo in discussione il principio dell’acqua pubblica.
Tuttavia, accanto a questa scelta di fondo, rimane aperta una questione essenziale che riguarda non il “se”, ma il “come” viene gestito il servizio e, soprattutto, chi lo controlla davvero.
In proposito l’art. 15 comma 1 della Legge della Regione Sardegna 16 del 2006 (e successive modifiche) prevede: “ La Regione, al fine di assicurare il ruolo degli enti locali e la loro cooperazione in vista del raggiungimento di fini unitari nello spazio territoriale che il legislatore regionale reputa ottimale, con deliberazione della Giunta regionale garantisce, entro sei anni dalla entrata in vigore della presente legge, la cessione ai comuni delle proprie azioni di Abbanoa Spa, gestore del servizio idrico integrato alla data di entrata in vigore della presente legge, per un controvalore al prezzo simbolico di un euro ogni mille azioni, al fine di mantenere una quota di partecipazione della Regione nella misura massima del 20 per cento del capitale sociale”.
Senonchè a oggi (salvo errore) la Regione Sardegna è socio di maggioranza di Abbanoa con il 70.94%.
Già nel 2017 l’Autorità Nazionale Anticorruzione aveva segnalato una criticità strutturale: Abbanoa è formalmente una società in house dei Comuni, ma il controllo effettivo non appare esercitato dai Comuni stessi, bensì dalla Regione Sardegna, che detiene la maggioranza assoluta delle azioni e svolge un ruolo dominante nella governance della società. Secondo il pronunciamento ANAC, questo assetto svuota di significato il controllo analogo, che è il presupposto giuridico per l’affidamento diretto senza gara, perché i Comuni, pur essendo i titolari del servizio idrico, non dispongono di strumenti reali per indirizzare e controllare le decisioni strategiche del gestore.
Negli anni successivi sono intervenute modifiche normative regionali e sono stati creati nuovi organismi. Nel febbraio 2024 anche l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato è tornata sulla questione, rilevando che i problemi segnalati in passato non solo non risultano risolti, ma in parte si sono aggravati, perché la partecipazione della Regione nel capitale di Abbanoa è aumentata ( prima era al 68%), esorbitando dai ruoli attribuiti alla Regione e ai Comuni.
L’AGCM ha nuovamente ricordato che la legge regionale (quella citata) prevede espressamente che la Regione debba cedere le proprie quote ai Comuni per ridurre la propria partecipazione a una quota minoritaria, proprio per restituire ai Comuni il controllo del servizio, ma ha anche constatato che questo trasferimento non è mai stato completato e che il procedimento è ancora indefinito nei tempi. In questo contesto si inserisce la recente delibera dell’EGAS che ha dato il via libera tecnico e politico alla Regione per proseguire con la restituzione dell’aiuto di Stato e mantenere l’affidamento in house fino al 2028.
La delibera, a quanto consta, afferma la sostenibilità economico-finanziaria dell’operazione e la tenuta del piano degli investimenti, e sotto questo profilo svolge correttamente la sua funzione. Tuttavia, proprio il contenuto e l’impostazione della delibera confermano indirettamente il problema già segnalato dalle autorità nazionali: EGAS conclude la propria istruttoria e rimette alla Regione tutte le decisioni decisive, riconoscendo di fatto alla Regione il ruolo sostanziale di gestore e perno dell’intero sistema. Se il servizio idrico fosse realmente controllato dai Comuni attraverso l’ente d’ambito, ci si attenderebbe che EGAS avesse un ruolo centrale anche nelle scelte strategiche e non soltanto una funzione tecnica di validazione. La delibera EGAS non affronta affatto in modo sufficiente, indicando tempi certi e procedure- il tema della sproporzione tra il peso della Regione e quello dei Comuni nel capitale di Abbanoa, né richiama l’obbligo di cessione delle quote regionali previsto dalla legge. Questo silenzio è significativo, perché significa accettare come dato di fatto un assetto in cui la gestione resta pubblica ma il controllo effettivo continua a essere concentrato in capo a un soggetto, la Regione, che non è l’ente titolare del servizio idrico.
Questa situazione appare ancora più evidente se si guarda a ciò che accade in molte altre regioni italiane, dove la gestione pubblica dell’acqua è affidata a società in house effettivamente controllate dai Comuni, (per es. Piemonte , Lombardia, Friuli Venezia Giulia, Veneto, Toscana, Lazio, Campania), ove il capitale delle società che gestiscono il Servizio Idrico Integrato è in prevalenza dei Comuni (e in alcuni casi anche delle Province), non della Regione. Devono essere i Comuni a detenere la maggioranza delle azioni e nominare direttamente gli organi di governo del gestore, mentre la Regione non deve svolgere un dominante “di gestore” o non può affatto essere presente nel capitale se non in una misura minoritaria.
Sul punto la Regione Sardegna rappresenta una vera anomalia italiana.
A questo si aggiunge un ulteriore elemento di riflessione che riguarda l’ordine delle decisioni adottate: prima di rafforzare l’affidamento in house e di avviare l’operazione di restituzione dell’aiuto di Stato, sarebbe stato logicamente e istituzionalmente più corretto completare la cessione delle quote regionali ai Comuni, così da chiarire definitivamente chi governa il servizio e mettere l’ente d’ambito nella condizione di scegliere con piena legittimità se mantenere la gestione diretta o valutare una procedura di gara, ma sempre nel rispetto del “controllo pubblico”. Procedere in senso inverso significa consolidare una scelta prima di aver risolto il nodo del controllo, rendendo più fragile l’intero impianto. In questo quadro diventa centrale il ruolo dei sindaci, a partire da quello di Sassari, che non è soltanto primo cittadino di uno dei maggiori Comuni dell’isola ma anche sindaco della Città Metropolitana, e che proprio per questo ha una responsabilità politica e istituzionale nel farsi promotore, con determinazione, di una presa di posizione chiara affinché la Regione dia finalmente attuazione alla legge e avvii concretamente il percorso di cessione delle quote di Abbanoa ai Comuni. Allo stesso modo, anche il Consiglio regionale al di là delle appartenenze politiche, dovrebbe assumere questa questione come un nodo centrale da risolvere, sollecitando la Presidente della Regione a chiudere una vicenda che da anni rimane sospesa e che continua a indebolire la coerenza del modello di gestione pubblica dell’acqua. Il risultato, oggi, è un paradosso che riguarda direttamente i cittadini: l’acqua è pubblica e gestita senza gara, ma i sindaci e i consigli comunali, che rispondono direttamente alle comunità locali, non hanno un controllo determinante su priorità operative e azioni di intervento sui singoli territori, investimenti, coordinamento operativo, nonchè governance della società che gestisce il servizio.
Finché questa distorsione non verrà affrontata apertamente e risolta nei fatti, le osservazioni di ANAC e AGCM resteranno attuali e la gestione in house di Abbanoa continuerà a poggiare su un equilibrio fragile, non solo in contrasto con quanto previsto in termini formali dalla legge ma soprattutto non rispettoso dei principi di sussidiarietà e del vero ruolo che devono assumere i Comuni.
Il servizio pubblico è davvero tale solo quando è controllato da chi- per legge e le funzioni che deve svolgere Abbanoa- rappresenta direttamente le Comunità cittadine.
Sassari, dicembre 2025
Identità e Costituzione
Gianfranco Meazza
