Il Nodo della Sovranità

Oggi si parla spesso di crisi economica e sociale, di insicurezza, di scollamento tra istituzioni e cittadini, di perdita di prospettive. Alcune forze politiche propongono soluzioni tecniche, riforme parziali, piccoli aggiustamenti di bilancio. Ma chiunque pretenda di indicare una via d’uscita reale per i popoli europei, e in particolare per il nostro Paese, senza affrontare il nodo centrale della sovranità, rischia di illudere i cittadini invece di aiutarli davvero. Non si può cambiare rotta continuando a navigare su una nave non più idonea a rispondere  al comando di chi vi sta sopra.

Nonostante ciò, è giusto riconoscere che l’attuale Governo sta portando avanti iniziative rilevanti per l’Italia. Da ultimo, il tema del referendum sulla giustizia, o più precisamente sul funzionamento del sistema giudiziario, mostra la volontà di intervenire su temi importanti dello Stato. È anche necessario considerare che governare oggi significa muoversi in un contesto sociale ed economico complesso, segnato da forti tensioni interne e da una situazione internazionale particolarmente complicata e nuova.

Tuttavia resta un problema di fondo, che viene prima di tutti gli altri e dal quale discendono molte delle difficoltà che il Paese incontra ogni giorno.

Con i trattati europei nati a Maastricht, gli Stati hanno progressivamente rinunciato alla capacità di decidere in modo autonomo le proprie politiche fondamentali. Decisioni economiche, commerciali, finanziarie e spesso sociali vengono prese lontano dai popoli, da organismi che non rispondono direttamente ai cittadini. Questo ha prodotto una frattura profonda tra il diritto e la vita reale delle persone.

Si è innestato un  diritto costruito come un insieme di regole astratte, valide per tutti e imposte dall’alto. Ma il diritto, nella sua essenza più autentica, non è solo questo. Il diritto nasce dalla società, dai bisogni concreti di una Comunità, dalla sua storia e dalla sua identità. È il modo con cui un popolo si organizza per vivere insieme, per darsi regole condivise, per trasmettere valori e continuità nel tempo. Quando le norme non riflettono più questa realtà, diventano vuote e finiscono per essere percepite come un’imposizione. Si tratta di una riflessione spiegata con chiarezza da uno dei più importanti giuristi del Novecento, Santi Romano, che ha mostrato come il diritto non sia solo norma scritta, ma prima di tutto ordinamento vivente, espressione di una comunità reale. (L’Ordinamento giuridico, Santi Romano, Quodlibet, 2018).

La democrazia, nel suo significato più semplice, è il governo del popolo. Se le scelte fondamentali non possono più essere prese dai cittadini o dai loro rappresentanti, ma sono vincolate da trattati considerati intoccabili o da decisioni di commissioni non elette, allora la democrazia perde sostanza. Non è una questione ideologica, ma concreta: un popolo che non può scegliere la propria politica economica, industriale o agricola non è più davvero sovrano. Si pensi agli accordi commerciali decisi a livello europeo, che  anche quando incontrano l’opposizione dei cittadini e degli stessi governi nazionali mostrano chiaramente come la volontà popolare possa essere aggirata in nome di equilibri superiori. Allo stesso modo, a referendum espressi in modo netto dai popoli che sono stati in passato ignorati o svuotati di significato attraverso nuovi trattati approvati senza un reale consenso popolare. Tutto questo ha incrinato profondamente il rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni.

Accanto alla perdita di sovranità economica e politica, c’è poi quella militare. L’adesione a strutture militari sovranazionali ha progressivamente ridotto l’autonomia strategica degli Stati. Le alleanze, per loro natura, non si fondano su amicizie eterne, ma su interessi mutevoli. La storia insegna che anche il partner più vicino può diventare, in determinate circostanze, un fattore di pressione o di minaccia. Dipendere da altri per la propria sicurezza significa accettare di non avere l’ultima parola sul proprio destino.

Quando un Paese rinuncia a decidere da solo sia in campo economico sia in campo militare, perde la capacità di proteggere realmente i propri cittadini. E quando tenta di reagire, lo fa spesso in modo simbolico, inefficace, talvolta persino poco credibile, perché non dispone più degli strumenti necessari per incidere davvero. ( Luciano Barra Caracciolo, Euro e (o?) democrazia costituzionale. La convivenza impossibile tra costituzione e trattati europei, Dike Giuridica,2022).

Chi mette in discussione questo sistema viene spesso accusato di estremismo o dipinto come una minaccia. Il dibattito viene così spostato dal merito delle questioni a una squalifica morale preventiva. Ma difendere la sovranità popolare non significa chiudersi al mondo né rifiutare la cooperazione tra Stati. Significa, al contrario, voler costruire rapporti liberi e paritari, fondati sulla volontà dei popoli e non sulla loro subordinazione.

L’Europa non è un errore in sé. L’errore è aver tentato di costruirla come una struttura uniforme e centralizzata, scollegata dalle identità nazionali e dalla storia dei suoi popoli. L’Europa reale è fatta di nazioni diverse, ciascuna con la propria cultura, il proprio diritto, il proprio modo di intendere la comunità e la solidarietà. Questa pluralità non è un ostacolo, ma una ricchezza.

Una vera Europa dei popoli può nascere solo dal rispetto delle sovranità nazionali, dalla cooperazione volontaria o alleanze federate tra Stati liberi e dalla possibilità per ciascun popolo di decidere il proprio futuro. I trattati non sono testi sacri: sono strumenti politici e, come tali, possono e devono essere modificati quando non servono più al bene delle comunità. (https://www.astrid-online.it/static/upload/protected/Guar/Guarino_BVG_TrLisbona.pdf).

Allo stesso modo, le alleanze militari devono essere ricalibrate alla luce dell’interesse nazionale e della pace, non come vincoli permanenti che limitano ogni scelta autonoma. Uscire da un sistema – o una sua rivisitazione, che ha dimostrato i suoi limiti non è un salto nel vuoto, ma un atto di responsabilità verso i cittadini (https://www.geopolitika.ru/it/article/lo-spettacolo-della-destra-euro-trumpiana-e-spaventoso).

Rimettere al centro il popolo significa restituire al diritto la sua funzione originaria: non quella di comandare dall’alto, ma quella di tenere insieme una comunità, di dare continuità alla sua storia, di costruire un futuro condiviso. Senza sovranità non c’è democrazia. Senza identità non c’è diritto vivo. E senza popoli liberi non può esistere alcuna vera Europa.

Per tali ragioni l’attuale governo dovrebbe riflettere con maggiore profondità e avere il coraggio di compiere scelte coerenti fino in fondo, mettendo davvero al centro il tema della revisione dei trattati, riprendere il contenuto che deve assumere l’interesse nazionale, la piena sovranità dello Stato, senza timori e senza ambiguità.

Se, come insegnava Santi Romano, il diritto deve essere espressione di una comunità reale, non possiamo più ignorare che l’attuale impalcatura europea è diventata un ostacolo a questa espressione. La revisione dei trattati non è solo una necessità economica, ma un imperativo democratico.

Sassari, febbraio 2026

Gianfranco Meazza