L’Italia compra fuori casa gran parte di ciò che la fa muovere.
Nel 2023 la nostra dipendenza energetica dall’estero ha toccato il 76,1%: il dato peggiore tra le grandi economie europee, lontanissimo dalla Francia che — grazie al nucleare — si ferma al 45% (ISPRA, 2023). Per il petrolio dipendiamo dall’estero per oltre il 93%, per il gas per il 95,6%.
Sono cifre che si traducono in vita concreta, nel cedolino paga e in fondo alla bolletta. Le microimprese italiane, nel primo semestre 2024, hanno pagato l’elettricità il 22,5% in più della media europea — la quota più alta dei ventisette Paesi dell’Unione (Confartigianato su dati Eurostat, 2025). E per le famiglie più fragili il conto è ancora più amaro: la povertà energetica riguarda ormai 2,4 milioni di famiglie, il 9,1% del totale, il livello più alto mai registrato. La Sardegna, in quella classifica dolorosa, è la regione che cresce di più: +2,8 punti in un solo anno (OIPE, 2024).
Da qui dovrebbe partire ogni ragionamento serio sull’energia. E invece il ragionamento, spesso, non parte affatto.
Il 15 dicembre 2021 è entrato in vigore il Decreto Legislativo 199/2021, che ha recepito in Italia la Direttiva europea 2018/2001: l’obiettivo era portare le rinnovabili a circa il 40% dei consumi finali entro il 2030 (ENEA). Sul fine non c’è molto da discutere: produrre energia pulita, in casa, è una buona cosa (cfr. «L’anarchia nelle terre di Sardegna»).
Il problema non è il fine. È il metodo. Quel Decreto, supinamente attuativo di una Direttiva dell’Unione Europea, ha semplificato a tal punto le procedure da spalancare la porta a una speculazione finanziaria di scala industriale, che ha scelto la Sardegna come terra di conquista. Al 31 marzo 2026, per la sola Sardegna, risultavano depositate presso Terna 637 richieste di connessione per complessivi 44,62 GW di nuovi impianti eolici e fotovoltaici: una potenza pari a molte volte il fabbisogno elettrico dell’isola (Il Sole 24 Ore su dati Terna, 2026). E questa sarebbe la transizione.
Per capire cosa significhi davvero, non serve andare lontano. Basta leggere su quello che accadrà a Sassari verso ovest. C’è un progetto che porta un nome gentile, quasi agreste: F-CORTE. È un impianto agrivoltaico che si vuole costruire in agro di Sassari, in località Strada Vicinale La Corte–Campanedda, nel cuore della Nurra. Sulla carta è “agrivoltaico”, cioè dovrebbe convivere con olivi, foraggere e pascoli. Nei numeri, però, è un’altra cosa: 52 ettari, 49.336 pannelli montati su 927 inseguitori solari, una potenza di picco di 32 megawatt — 26 immessi in rete — e un cavidotto interrato di sette chilometri che corre fino ad agganciarsi alla futura stazione elettrica “Fiumesanto 2”. Per posarlo si scaverà la terra per oltre trentamila metri cubi; uno dei terreni attraversati è perfino gravato da uso civico, cioè appartiene, da sempre, alla collettività dei sassaresi.
E qui viene il punto che è politico, non tecnico, e che nessuna relazione tecnica riesce a far sparire del tutto. Quella piana non è terra vuota. È uno dei paesaggi più densamente abitati dalla preistoria che la Sardegna conservi. Tutt’intorno, a poche centinaia di metri, vegliano i nuraghi: Donna Ricca, a poco più di duecento metri dal perimetro dell’impianto; Siareddu, Cazzetteri, Bazzinitta, Branca, Funtanazza, Pilotta, Mandras, dove al nuraghe si sovrappongono perfino le tracce di un insediamento romano. Non torri isolate, ma un sistema: costruite per vedersi l’una con l’altra, per sorvegliare la pianura e le sue strade, legate da quei fili invisibili che gli archeologi chiamano intervisibilità. Da tremila anni si guardano negli occhi sopra i campi.
Su F-CORTE si sono pronunciate, una dopo l’altra, due voci dello stesso Stato. E hanno detto cose opposte.
Prima la Commissione tecnica del PNRR-PNIEC, l’organo del Ministero dell’Ambiente che valuta la compatibilità ambientale: nell’ottobre 2025 ha dato parere favorevole, sia pure con alcune condizioni. Per quella Commissione il progetto, nel grande bilancio della transizione, regge. (https://va.mite.gov.it/it-IT/Comunicazione/DettaglioUltimiProvvedimenti/6187).
La società, dal canto suo, si era difesa con i suoi argomenti. Aveva ricordato gli impatti cumulativi vanno misurati solo sugli impianti già esistenti o approvati, non su quelli ancora in istruttoria: altrimenti, sosteneva, ogni nuova domanda verrebbe affossata dalla domanda successiva, all’infinito. E aveva osservato che l’uso civico si risolve con una semplice servitù, che i pannelli non producono fondazioni di cemento, che i pali si limitano a infiggersi nel terreno. Tutto vero, sul piano tecnico e formale.
Poi, nel maggio 2026, ha parlato la Soprintendenza speciale per il PNRR. E ha detto no. Vale la pena ascoltarne il ragionamento, perché è più profondo di una semplice obiezione burocratica. La Soprintendenza non nega che i singoli nuraghi siano lontani abbastanza dai pannelli. Dice qualcosa di più sottile: che il valore di quei monumenti non sta nel recinto che li circonda, ma nella leggibilità dell’insieme. La piana coltivata è lo sfondo che dà senso ai nuraghi posti sui rilievi; togli lo sfondo, e i nuraghi restano, ma muti. Un campo di cinquantamila pannelli, regolare e ripetitivo fino all’orizzonte, finisce per «trasformare lo sfondo rurale in una superficie tecnologica». Non è solo questione di vederlo o non vederlo: è la rottura di una continuità storica tra i campi aperti e la rete dei presìdi di pietra che per millenni ne ha ordinato la lettura.
Persino le mitigazioni previste — le fasce di alberi lungo i bordi — vengono giudicate inutili, anzi controproducenti: una cortina vegetale continua, estranea alla trama agraria della Nurra, che maschera il problema senza risolverlo. E sotto la superficie c’è il rischio archeologico: trentamila metri cubi di scavo, decine di migliaia di pali battuti nel terreno, in un’area dove la verifica preventiva è stata fatta a metà perché lungo il cavidotto i campi erano inaccessibili. Quel che la terra nasconde, una volta squarciato, non si ricuce. (https://va.mite.gov.it/it-IT/Oggetti/MetadatoDocumento/1391265).
C’è infine un altro dato che la Soprintendenza mette nero su bianco. Entro dieci chilometri dal perimetro di F-CORTE non c’è un solo progetto: ce ne sono oltre venticinque, tra fotovoltaici, agrivoltaici ed eolici, tutti in valutazione nazionale, ciascuno da decine di megawatt. Sommati, disegnano uno scenario che in pochi anni convertirebbe un intero territorio: da campagna a centrale elettrica diffusa. Una trasformazione — è la parola usata nel documento — irreversibile, fatta di consumo di suolo, di agricoltura ridotta a comparsa e, soprattutto, di un paesaggio che lega come pochi altri il patrimonio archeologico alla natura.
È il punto che la difesa della società non riesce a sciogliere. Può avere ragione a dire che non si può bocciare un impianto per colpa di quelli che verranno dopo. Sarebbe inappuntabile se la vita fosse solo un fascicolo tecnico. Ma è proprio tra le pieghe di queste risposte che si consuma il cortocircuito più profondo, perché la burocrazia dimentica che la terra non è un foglio di calcolo, e che ci sono ferite che nessuna formula giuridica potrà mai sanare.
Il problema però è politico, di una politica incapace di governare e razionalizzare gli interventi. Ognuno guarda solo il proprio recinto, nessuno guarda mai la piana intera — e la piana intera, alla fine, sparisce un pannello alla volta. Nonostante il no della Soprintendenza, il Ministero dell’Ambiente con recente decreto ha approvato F-CORTE. ( https://www.unionesarda.it/news-sardegna/sassari-provincia/ok-del-ministero-ai-pannelli-solari-su-52-ettari-chmgp5vr. Via libera ai 49.336 pannelli sui 52 ettari della Corte. Delle due voci dello Stato ha prevalso quella fredda del via libera del Ministero dell’Ambiente.
Analoga onda che allaga la Nurra di silicio sale anche sulle montagne. Fotovoltaico a nord, ed eolico a est, tutti figli dello stesso identico delirante meccanismo normativo (D.Lgs 199/2021 e i decreti di sblocco governativi).
Tocca per esempio anche all’Ogliastra. I Tacchi — monumenti di calcare grigio — vegliano da millenni su Jerzu e Ulassai: custodi di pietra di una terra di nuraghi, di antiche sepolture e di vigne di Cannonau. Lassù l’aria sa di mirto, e l’aquila reale sale sulle correnti calde che esalano dalle pareti (Unione Sarda, 2026).
Anche qui, in un’ora, forse meno, di Consiglio dei ministri — deciso lontano, da chi quei luoghi non li ha mai respirati — quel silenzio è stato segnato. Le pale del nuovo parco “Boreas”, alte più di duecento metri, pianteranno i loro Giganti d’acciaio sopra i Giganti di pietra. A nord la piana della Nurra sparisce sotto un mare orizzontale di pannelli; a est i crinali dell’Ogliastra vengono trafitti da torri verticali. Due gesti opposti — uno si distende, l’altro si erge — ma una sola ferita con l’aquila costretta a scansare le lame, e il paesaggio che non torna più com’era.
È lo stesso disegno, ripetuto da un capo all’altro dell’isola. Cambia la forma, non la sostanza. E in tutto la politica è assente. Ovunque ci sia vento da catturare o sole da raccogliere, arriva qualcuno — quasi sempre da fuori — a piantare la propria bandiera d’acciaio nel terreno degli altri.
La chiamano transizione. Nessuno, qui, difende le bollette care o la dipendenza dal gas altrui. Ma quando la transizione diventa un altare eretto in nome di un clima trasformato in ideologia, allora a pagarne il prezzo è anche la Sardegna, e chi questa terra la vive ogni giorno.
Si evoca la transizione ferendo la bellezza; ma per salvare che cosa? Il pianeta? Siamo davvero certi che non ci fosse un altro modo, un’altra collocazione, un’altra misura? O è solo l’ennesima illusione di un antropocentrismo cieco, che dimentica come la Terra abbia respirato per ere intere senza di noi, alternando ghiacci e calore nel grande disegno dell’astrofisica e del tempo?
Questo pianeta, che ha visto i mari lambire le vette delle montagne prima ancora che l’uomo ne calpestasse il fango, sopravviverà alle nostre ideologie e alle nostre macchine. La natura continuerà il suo corso ben oltre il nostro passaggio. Ma nell’attesa di quel congedo, noi scegliamo di umiliare l’unica cosa eterna che ci è stata data in custodia: la sacralità e la bellezza del presente.
I nuraghi della Nurra hanno vegliato su quella piana per oltre tremila anni. Hanno visto passare i secoli, andarsene ogni impero, ogni vana illusione di conquista, e restare sempre e solo la terra. La domanda, allora, non è se sapranno resistere anche a questa marea orizzontale di silicio e alle lame verticali. E se noi, figli di questo tempo di cieca transizione ecologica, sapremo ancora riconoscerli e ascoltarli, quando attorno a loro non avremo lasciato più nulla da guardare.
Sassari, giugno 2026
Gianfranco Meazza — Identità e Costituzione ETS
