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Rivedere i Trattati, tornare allo spirito costituente del 1957
L’Europa che abitiamo non è un destino: è una costruzione. È stata pensata e scritta da uomini, dentro Trattati che riflettono una precisa idea di società. Per cambiarla, dobbiamo prima capire su quale idea è stata edificata. È quello che proviamo a fare in questo documento, con un linguaggio il più possibile semplice, perché le scelte che ci riguardano tutti non possono restare prigioniere di un gergo tecnico riservato a pochi.
1. Alla radice dell’Unione c’è una sola idea: il primato del mercato
Dal primo nucleo comunitario fino al Trattato di Lisbona, l’intera architettura dell’Unione Europea poggia su un unico pilastro: la libera concorrenza e il libero mercato. Tutta la normativa europea, per quanto complessa, discende da qui. È la traduzione giuridica di una filosofia precisa, il liberalismo puro.
Il liberalismo parte da una convinzione: l’essere umano è prima di tutto individuo, non persona dentro una comunità. È libero di crearsi come crede, è centro e misura di ogni cosa. Da questa premessa nasce una società che è soltanto la somma di tanti individui, ciascuno titolare di diritti, ciascuno proprietario di se stesso. In questa visione non si appartiene a una famiglia, a un territorio, a una nazione: si appartiene solo a sé. «Io sono ciò che scelgo di essere».
Le conseguenze sono enormi. Se l’esasperazione dell’individuo è il centro di tutto, ( fino al punto di potersi autocertificare soggettivamente in modo diverso come genere) allora i diritti servono solo a perseguire i suoi interessi, e i rapporti tra le persone diventano negoziati tra interessi di proprietà. L’istituzione pubblica si riduce ad arbitro neutrale: come in una gara sportiva, fissa le regole e poi si ritira, lasciando che siano lo scambio e il contratto a decidere chi vince. Il legame sociale si svuota: resta solo la convivenza utile a contrattare.
Il capitalismo (per la parte economica) è la forma compiuta di questa idea. Promette che l’emancipazione e la felicità si raggiungano con l’economia, sganciate da ogni appartenenza. Riduce l’intera vita a produttività e consumo, ci spinge a consumare ben oltre il bisogno e ci illude che il benessere materiale coincida con la felicità. Così perfino i settori più propriamente pubblici — sicurezza, sanità, istruzione, ambiente, infrastrutture — vengono attratti nella logica del mercato. Tutti siamo chiamati a partecipare, come produttori e consumatori. Prodotto interno lordo, indebitamento, debito (art. 126 TFUE): sono questi i parametri che, nei Trattati, dettano il passo. Questa è l’Europa in cui viviamo.
2. Un’economia senza uno Stato
I Trattati hanno trasformato tutto questo in diritto, con un impianto rigido, tecnico, comprensibile solo agli addetti ai lavori. Ma il problema più grave non è la complessità: è ciò che manca a monte.
Manca un’autorità politica. Manca uno Stato dotato di potere discrezionale, capace di orientare e finanziare la crescita e di assumersi la responsabilità davanti ai cittadini. Non esiste un vertice, un potere di ultima istanza. Al posto dello Stato nazione sono stati creati organismi frammentati — Consiglio europeo, Commissione, Parlamento — e una massa di regolamenti e direttive che, dovendo supplire all’assenza della politica, si muovono in sostanziale autonomia, senza una vera regia.
Questi organismi vivono di automatismi. Funzionano per parametri, indicatori, percentuali, uguali per tutti gli Stati membri — e qui sta il punto che ci tocca da vicino. Le stesse soglie valgono per economie profondamente diverse, per territori con storie e fragilità diverse. Un’isola come la Sardegna, con i suoi svantaggi strutturali, viene misurata con il righello pensato per il cuore continentale del mercato. È la norma tecnica a comandare, non la politica. Dove si ferma un organismo subentra l’altro, sempre dentro un percorso già fissato. (Per esemplificare concretamente: se un asilo nido o una scuola di un paese non dimostra con i numeri di reggere economicamente con i ricavi, deve chiudere).
Il risultato è una costruzione giuridica senza precedenti nella storia: un organismo sovranazionale con una moneta unica, ma senza un fisco comune e, soprattutto, senza una sovranità politica che la governi. L’Unione funziona così, come una macchina robotizzata che insegue obiettivi prestabiliti e non può andare oltre. Se uno Stato non raggiunge quegli obiettivi e chiede aiuto, scatta l’automatismo: una serie di imposizioni che si presentano, con eleganza, prima come «suggerimenti», poi come «raccomandazioni». A guardarle bene, sono imposizioni. E davanti a esse il singolo Stato può fare ben poco.
3. La sovranità ceduta, il debito che cresce
Avendo ceduto una parte importante della propria sovranità, lo Stato membro deve sottostare alle regole di un sistema governato dal mercato. La logica è quella di un bilancio aziendale: se i ricavi superano i costi si va avanti, se i costi prevalgono il sistema non si alimenta e deve essere lo stesso mercato a espellere ciò che non rende. Ogni Stato diventa impotente, perché il processo è standardizzato e la discrezionalità ridotta al minimo. ( tutto questo è stato spiegato bene da un giurista acuto, ed esperto di pubblica amministrazione, tra i vari testi si suggerisce di leggere: “Salvare L’Europa, salvare l’Euro”, Passigli, 2013).
Anche il «soccorso» mostra il suo vero volto. Gli aiuti «salva-Stati» hanno solo l’apparenza della solidarietà: nella sostanza sono prestiti del mercato, che riducono l’indebitamento corrente ma fanno crescere il debito. Le regole asettiche del mercato, da sole, non bastano a realizzare ciò che gli stessi Trattati promettono: crescita e benessere sociale.
Un sistema così — pur con tutti i correttivi — è destinato a implodere, perché gli manca la linfa vitale: il senso di comunità e di identità. La domanda, allora, è una sola: come usciamo da questo circolo vizioso?
4. La via d’uscita: una nuova Assemblea Costituente
Serve una presa di coscienza sugli errori commessi. Un impianto tanto anomalo, esposto a troppi fattori esterni, non può reggere: o lo correggiamo, o ci frammenterà, con gravi effetti sulla vita delle persone.
Il punto di rottura è uno: il liberalismo estremo si pone in antitesi strutturale con il principio supremo su cui si regge la nostra Costituzione — la libertà si fonda sul rapporto sociale, non sull’individuo isolato. Una comunità ha bisogno di una guida politica e sovrana per garantire i principi universali di libertà e solidarietà. Il capitalismo, lasciato a se stesso, non riconosce la politica e la democrazia come governo della comunità: le travolge sotto il peso degli interessi economici più forti.
Serve pertanto un passo coraggioso: una Assemblea Costituente europea dei popoli aderenti, per modificare i Trattati e ricostruire l’architettura istituzionale dell’Europa, eliminando i vincoli giuridici più assurdi. Un’Europa confederale, un’unione di nazioni libere e sovrane che scelgono di cooperare sui grandi temi comuni, in cui sia la politica a guidare le regole dell’economia e della finanza, e non il contrario.
Il riferimento non è nostalgico: è lo spirito politico originario del Trattato di Roma del 25 marzo 1957. Certo, quel Trattato aprì la strada al mercato comune, ma lo fece dentro una cornice di forte cooperazione tra democrazie e nel rispetto della pianificazione e delle sovranità dei singoli Stati fondatori. È da quell’alleanza tra popoli, libera dalle successive rigidità tecnocratiche e costrittive, che dobbiamo ripartire per immaginare di nuovo l’unione prima che il mercato finanziario divorasse la politica. Perché la politica, nel suo senso più alto, è impegno per il bene comune: andare oltre la somma degli interessi particolari per riconoscere l’interesse generale. È mettersi al servizio della collettività, ricreando quel legame sociale che il liberalismo ha dissolto.
5. La nostra Costituzione
L’Europa nuova non si costruisce nel vuoto. Ha già un faro: la Costituzione italiana del 1948, che i nostri Padri costituenti scrissero con saggezza e che resta in gran parte inattuata. È proprio in piena aderenza allo spirito dell’Articolo 11 della nostra Carta — che consente limitazioni di sovranità solo per assicurare la pace e la giustizia tra le Nazioni, in condizioni di parità e reciprocità, e mai per sottomettere i popoli a vincoli tecnocratici — che vogliamo ripartire, promuovendo un modello di convivenza fondato su principi concreti:
I.La persona prima di tutto — la tutela dei «diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali» e l’«adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica, sociale» (art. 2).
II.Rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto libertà e uguaglianza e impediscono il pieno sviluppo della persona (art. 3).
III.Una Repubblica fondata sul lavoro (art. 4), «una e indivisibile», che riconosce e promuove le autonomie locali (art. 5) — un principio decisivo per la Sardegna.
IV. La salute come diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettività, con cure garantite a chi non ha mezzi (art. 32).
V. I beni essenziali alla comunità — l’acqua e l’energia devono essere sottratti alle pure speculazioni private. La proprietà privata è pienamente riconosciuta, garantita e valorizzata dalla legge come motore dello sviluppo economico, ma entro i limiti che ne assicurano la funzione sociale e l’accesso a tutti (art. 42), tutelando la sana iniziativa imprenditoriale dalle distorsioni dei grandi monopoli finanziari.
VI.La tutela del risparmio in tutte le sei forme e il favore all’accesso popolare alla casa, alla proprietà coltivatrice diretta, all’investimento nei grandi complessi produttivi del Paese (art. 47).
La Costituzione custodisce grandi valori di convivenza.
Possiamo farcela
Ripartire dalla Costituzione e dallo spirito del Trattato di Roma significa anche completare un percorso ancora aperto: l’unità istituzionale, nazionale e politica dell’Italia dentro una nuova Europa. Un percorso fatto di confronto tra visioni diverse, di passioni e antagonismi che hanno segnato la nostra storia repubblicana e la nostra democrazia a forte partecipazione popolare.
Noi europei, figli dell’influenza romana e cristiana, abbiamo dovuto inventare e praticare, più di altri, le regole della convivenza. Custodiamo un patrimonio storico, artistico e paesaggistico unico al mondo, e una sensibilità per lo stile delle cose che spiega le nostre eccellenze nell’arte, nel design, nella moda. Come italiani siamo diventati popolo, ma un popolo ancora frammentato, con un deficit di identità nazionale e istituzionale.
Futuro Nazionale nasce per questo, per completare e attuare l’identità nazionale e istituzionale che oggi non può reputarsi matura.
In una società davvero democratica nessuno deve restare indietro, e ciascuno deve poter sviluppare liberamente la propria personalità senza perdere la dignità. Si perdono libertà e dignità quando le persone perdono il controllo degli strumenti dell’economia, quando il loro destino è già deciso da chi detiene il monopolio del potere economico senza doverne rendere conto a nessuno (artt. 1, 2 e 3 Cost.).
La comunità di un popolo matura con la pazienza del tempo, passando per molte generazioni. Dipende da noi scegliere questa strada. Possiamo farcela: Futuro Nazionale nasce con tale obiettivo: fare in modo che la Costituzione e lo spirito del 1957 tornino a vivere.
Sassari, 27 giugno 2026
Gianfranco Meazza
