SANITÀ IN SARDEGNA

fondi non spesi e servizi che non arrivano

COSA FARE

1. stato dei fatti

La tutela della salute non è un servizio come gli altri: è un diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettività, sancito dall’art. 32 della Costituzione.  Al primo comma si legge: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti”.  È compito di tutte le istituzioni — dal grado più alto a quello più basso — garantirlo. Si tratta di un diritto fondamentale che, duole dirlo, è inattuato. Da questo principio muoveva l’analisi illustrata nel febbraio 2025, in occasione di un convegno a Sassari sulla sanità, quando osservavo che la macchina amministrativa della sanità sarda non funziona e che, senza un deciso investimento strutturale sul personale e sulle risorse, la situazione sarebbe stata destinata a peggiorare(https://www.gianfrancomeazza.it/2025/02/28/sanita-in-sardegna-2/).

Vediamo ora a distanza di oltre un anno se quel giudizio può essere ri-valutato e messo alla prova dei numeri.

Nel maggio 2026 la Corte dei conti — Sezione del controllo per la Regione autonoma della Sardegna ha pubblicato una relazione dettagliata sullo stato di attuazione degli investimenti sanitari del PNRR nell’Isola — le Case della Comunità e gli Ospedali di Comunità[1]. A essa si affiancano il referto nazionale della Corte dei conti — Sezione delle autonomie sulla Missione Salute[2], la Relazione delle Sezioni riunite sullo stato di attuazione del Piano[3], il monitoraggio della spesa sanitaria della Ragioneria Generale dello Stato[4] e l’ottavo Rapporto della Fondazione GIMBE[5] sul Servizio sanitario nazionale. Il quadro che ne emerge conferma la necessità di avviare interventi seri e strutturali.

2. Il quadro nazionale: una Missione Salute in affanno

La riforma della sanità territoriale è stata disegnata prevalentemente dal PNRR (Missione 6) e dal Decreto ministeriale n. 77/2022. E qui c’è, a monte di tutto, una scelta di fondo macroscopicamente errata, oltre che ingiusta, che pesa più di ogni altra: la quantità di risorse che si è deciso di destinare alla salute. Il PNRR — il grande piano di rilancio finanziato dall’Europa — vale quasi 195 miliardi di euro. Alla sanità, però, ne sono stati riservati poco più di 15, cioè circa l’8 per cento del totale. Una fetta sorprendentemente piccola, se si pensa che quei fondi nascono proprio dalla pandemia, dall’emergenza che aveva travolto ospedali, reparti e medicina territoriale. Ci si sarebbe attesi che la salute fosse la prima voce da finanziare; è stata invece messa in coda. È una sproporzione che stride con il citato principio di cui all’art 32 Cost. e che dice molto sul modo in cui la sanità viene considerata: non come l’investimento principale su cui costruire il futuro di un Paese, ma come un costo tra i tanti. Eppure senza salute non c’è lavoro, non c’è scuola, non c’è economia che tenga. Aver riservato alla Missione Salute soltanto l’8 per cento del Piano, proprio all’indomani della crisi sanitaria più grave del secolo, è stato un errore politico di priorità che oggi paghiamo.

Merita soggiungere che a rendere il quadro ancora più deludente è il modo in cui quella fetta è stata spesa.

La quasi totalità delle risorse è andata ai muri e alle tecnologie — costruire e ristrutturare le Case della Comunità, gli Ospedali di Comunità, il parco delle apparecchiature. Poco o nulla è stato previsto per ciò che davvero manca: il personale. Ma un edificio nuovo non cura nessuno, se dentro non ci sono medici e infermieri. Ecco perché nel precedente articolo ho parlato, fin dall’inizio, di risorse insufficienti e mal orientate: non solo poche, ma indirizzate più al cemento che alle persone.

Entriamo ora nel merito della destinazione delle risorse: esse poggiano su due pilastri, le Case della Comunità — presìdi di prossimità per la presa in carico dei pazienti, soprattutto cronici — e gli Ospedali di Comunità, strutture intermedie fra il domicilio e il ricovero. L’obiettivo europeo è ambizioso: rendere pienamente operative, con i servizi attivi, almeno 1.038 Case della Comunità e 307 Ospedali di Comunità entro il 30 giugno 2026.

A domanda della Sezione Corte dei Conti alla Regione nel marzo 2026 su quante Case Comunità sono state aperte, la risposta è stata la seguente: “nessuna delle Case della Comunità e degli Ospedali di Comunità risulta completamente funzionante, in quanto non vi sono strutture con tutti i servizi obbligatori previsti dal D.M. 77/2022 pienamente attivi. Tuttavia, tutte o quasi le strutture hanno avviato l’erogazione di uno o più servizi sanitari, seppur in forma parziale, in coerenza con il modello organizzativo delineato dal citato decreto”.

Il referto della Sezione delle autonomie fotografa una Missione 6 che resta lontana dalla piena operatività: secondo il monitoraggio AGENAS del secondo semestre 2025, su circa 1.722 Case della Comunità censite solo 66 — il 3,8 per cento — garantiscono tutti i servizi obbligatori, con la presenza strutturata di personale medico e infermieristico prevista dal d.m. 77/2022[2]. Le strutture con almeno un servizio attivo sono 781 (45,4 per cento).

Sul fronte finanziario, la Relazione delle Sezioni riunite colloca il Ministero della Salute tra le amministrazioni titolari più lente: a fine 2025 le erogazioni si fermano attorno al 26 per cento delle risorse assegnate[3]. La stessa Gimbe nel suo monitoraggio indipendente, segnala che l’attivazione di Case e Ospedali di Comunità è tra i target in maggiore ritardo, con un nodo che il completamento delle opere non basta a sciogliere: quello del personale[5].

3. La Sardegna nel PNRR: cosa era previsto

Con la delibera n. 17/68 del 19 maggio 2022 la Sardegna ha aderito al programma nazionale impegnandosi a realizzare 50 Case della Comunità (11 di nuova costruzione e 39 da ristrutturare; 16 “hub” e 34 “spoke”) e 13 Ospedali di Comunità, questi ultimi tutti mediante riconversione di strutture esistenti[1]. La distribuzione è concentrata sui due poli maggiori — Sassari e Cagliari assorbono da soli oltre il 60 per cento delle risorse destinate alle Case della Comunità — in coerenza con la maggiore densità demografica.

Le risorse complessivamente assegnate ammontano a 94,5 milioni di euro per le Case della Comunità (di cui 73,7 dal PNRR, 9,8 dal Fondo opere indifferibili e 11,1 da fondi regionali) e a 48,0 milioni per gli Ospedali di Comunità (32,7 dal PNRR, 6,1 dal FOI e 9,2 regionali)[1]. Sono, come si vede, dotazioni tutt’altro che trascurabili. La domanda decisiva è un’altra: quanto di questo denaro è stato effettivamente speso, e — soprattutto — quanti servizi ne sono nati.

4. Cosa è stato speso, e cosa no

Il dato più eloquente è il divario tra risorse disponibili e spesa realizzata. Secondo la Corte dei conti, alla data del 30 aprile 2026 i pagamenti per le Case della Comunità si attestavano a 17,86 milioni di euro, pari a circa il 24,2 per cento delle risorse PNRR assegnate; per gli Ospedali di Comunità a 7,38 milioni, circa il 22,5 per cento[1]. In altre parole, a ridosso del traguardo, più di tre quarti dei fondi restava da spendere.

Linea di investimentoFondi PNRRPagamenti 31.12.2025% al 30.04.2026
Case della Comunità (50)€ 73.655.396€ 12.157.660≈ 24,2%
Ospedali di Comunità (13)€ 32.735.730€ 5.538.105≈ 22,5%

Dati ReGiS al 31.12.2025; l’avanzamento percentuale è riferito al 30.04.2026.

La Corte segnala inoltre un problema di trasparenza dei dati: la piattaforma di monitoraggio ReGiS — lo strumento unico con cui le amministrazioni rendicontano l’uso dei fondi — presenta ricorrenti disallineamenti rispetto alle informazioni contabili trasmesse dalle Aziende, imputabili al non tempestivo aggiornamento.

Le cause del ritardo, come ricostruite dall’istruttoria, sono in gran parte burocratiche, rallentamenti degli operatori economici, carenza di manodopera, aumento dei costi delle lavorazioni, criticità dell’appalto integrato e continue rimodulazioni progettuali. Emblematico il caso della Casa della Comunità di Trinità d’Agultu e Vignola: a fronte di circa un quarto delle attività realizzate, la Corte dà atto di una situazione di stallo, dell’avvio del calcolo delle penali e della prospettiva di risoluzione del contratto per inadempimento dell’impresa[1].

5. Aprire un luogo non è far funzionare un servizio

Punto critico della relazione riguarda proprio ciò che nel 2025 era già stato evidenziato, come il rischio maggiore: costruire le “comunità” sulla carta per poi non poterle far vivere. È la differenza — spesso sottovalutata — tra aprire un luogo e far funzionare un modello assistenziale.

La Regione, come detto interpellata dalla Corte, ha riferito che al marzo 2026 nessuna delle Case della Comunità e degli Ospedali di Comunità risultava completamente funzionante, non essendovi strutture con tutti i servizi obbligatori del d.m. 77/2022 pienamente attivi; quasi tutte avevano avviato l’erogazione di uno o più servizi solo in forma parziale[1]. All’esito dell’istruttoria, soltanto un numero residuale di strutture — circa cinque — assicura oggi tutti i servizi previsti come obbligatori. Ben otto Case della Comunità non saranno realizzabili entro il target: per esse la Regione ha avviato procedure di sostituzione in overbooking con strutture alternative.

La ragione è quasi sempre la stessa, ed è quella di allora: manca il personale. Nella maggior parte delle strutture permane l’esigenza di attivare le cure primarie erogate da équipe multiprofessionali e di garantire la presenza continuativa di medici e infermieri secondo gli standard minimi. Non a caso ARES — Azienda Regionale della Salute ha dovuto indire una procedura di mobilità extraregionale per reclutare a tempo indeterminato 66 infermieri da destinare alle Case e agli Ospedali di Comunità[1]. Strutture senza équipe restano, per usare l’immagine della GIMBE, scatole vuote[5].

6. I pronto soccorso, tampone del sistema

Tra gli altri sintomi più visibili della crisi, vi sono i ricoveri nei corridoi e le code al pronto soccorso. Detti sintomi si sono aggravati. Come osservano gli stessi specialisti dell’emergenza-urgenza, i pronto soccorso funzionano ormai da “tampone” dell’intero sistema: reggono il peso di bisogni cronici e socio-assistenziali che un territorio efficiente intercetterebbe prima, e che finiscono lì solo perché mancano le strutture che dovrebbero accoglierli.

A livello nazionale, la Società Italiana di Medicina di Emergenza-Urgenza (SIMEU) fotografa un settore allo stremo: da gennaio 2026 il 69 per cento dei pronto soccorso opera con meno del 75 per cento dell’organico medico necessario, e in circa un dipartimento su quattro l’organico è sotto la metà[8]. Una rilevazione del maggio 2026 mostra che l’89 per cento dei pronto soccorso lavora in sottorganico — solo l’11 per cento ha organici adeguati — e che il 70 per cento segnala ogni giorno pazienti in barella in attesa di un posto letto (il cosiddetto boarding), con un’attesa media di 23 ore[8]. Gli accessi crescono — un milione e mezzo in più in due anni, verso i venti milioni l’anno — mentre i medici fuggono dall’emergenza per lo stress lavoro-correlato, la scarsa valorizzazione economica, la qualità della vita e il rischio medico-legale: esattamente le contraddizioni che già sono state illustrate nel precedente articolo.

In Sardegna il quadro è, se possibile, più acuto. Secondo i dati illustrati in Commissione Sanità del Consiglio regionale e forniti dall’AREUS, nel 2025 i pronto soccorso sardi hanno registrato circa 470 mila accessi, 133 mila dei quali tramite il 118: più di due cittadini su tre arrivano con mezzi propri[9]. Il solo Brotzu di Cagliari — hub di riferimento — ne conta oltre 47 mila per gli adulti e 18 mila pediatrici, con il 26 per cento che si traduce in ricovero e genera overbooking nei reparti[9]. Ad aprile 2026 il sindacato dei medici CIMO-FESMED ha denunciato, per l’area di Cagliari, una “grave sofferenza strutturale”: attese fino a dieci ore per i codici a bassa priorità, ambulanze bloccate nei piazzali e pazienti in barella nei corridoi come “normalità quotidiana”.

La situazione si sta aggravando nel corrente periodo estivo 2026 atteso che è notizia recente della chiusura del pronto soccorso di Isili che serve un ampio territorio interno tra Sarcidano, Barbagia e Trexenta. Mentre al  pronto soccorso del San Francesco di Nuoro si apprende dalla stampa la sospensione della accettazione dei pazienti traumatologici.

(https://www.unionesarda.it/news-sardegna/nuoro-provincia/san-francesco-di-nuoro-in-ortopedia-sospesa-la-reperibilita-notturna-per-carenza-di-personale-xeol0ynb).

Il nodo, ancora una volta, è il personale. Il sistema sardo dell’emergenza si supportava  a fatica fino a poche settimane fa sui medici “gettonisti”: i contratti per i codici minori sono ora scaduti con il rischio che senza queste figure restino aperti soltanto gli hub[9]. A monte pesa la carenza della medicina di base: l’assessorato regionale ha dovuto pubblicare l’elenco di quasi 500 sedi di medico di famiglia vacanti[9].

(https://www.ansa.it/sardegna/notizie/2026/04/07/la-regione-cerca-quasi-500-medici-di-base-per-le-sedi-vacanti-nellisola_6e46d6bf-b026-4f9a-883d-50fec0f24e91.html)

È qui  dunque la criticità rilevante: quando mancano il medico di base e la medicina territoriale, il cittadino non ha altra porta che il pronto soccorso, e i codici bianchi e verdi — spesso la maggioranza — lo intasano. Le Case della Comunità nascono proprio per essere quel filtro; ma se restano scatole vuote, il pronto soccorso continuerà a fare da tampone.

Allo stato non è dato capire quale sia il Piano della Regione per affrontare in concreto il problema, in particolare quale sia la gestione del sovraffollamento nei pronto soccorso e dei flussi di ricovero[9]. Servono piani di investimento strutturali, che però andavano avviati da tempo per garantirne l’efficacia; devono essere piani di investimento volti ad acquisire nuove risorse nei settori ove vi è carenza   e garantire il funzionamento della medicina territoriale.

7. Le cause della carenza: non è (solo) la governance

La Sardegna vanta un numero di medici elevato in rapporto agli abitanti, ma soffre carenze selettive — specialisti, medici di base, e soprattutto infermieri. I dati nazionali lo confermano puntualmente. Secondo la GIMBE, la Sardegna è la regione italiana con la più alta dotazione di medici, 2,64 ogni mille abitanti (contro una media nazionale di 2,11); eppure è anche la regione in cui si registra la più alta rinuncia alle cure d’Italia: il 17,7 per cento dei cittadini nel 2024[5]. Il paradosso è evidente: molti medici sulla carta, servizi che i cittadini non riescono a ottenere.

Ciò che conta è dove sono i medici, più che quanti sono. Un medico non è intercambiabile con un altro. Se in una regione ci sono molti medici, ma sono concentrati nelle principali città e negli ospedali principali (Cagliari, Sassari), il conteggio complessivo resta alto — mentre nei paesi dell’interno, nelle aree interne, sulle coste periferiche non c’è nessuno. La media è alta, ma è come una coperta corta: tirata da una parte, scopre l’altra. Questa è, in parte, la cattiva distribuzione. Per incentivare allora una diversa distribuzione servono le giuste risorse.

 A ciò si aggiunge anche il deficit italiano che è quello infermieristico: — 6,5 infermieri ogni mille abitanti contro una media OCSE di 9,5 — cui si aggiunge, sul territorio, una carenza stimata al 1° gennaio 2024 di oltre 5.500 medici di medicina generale e 500 pediatri di libera scelta[5].

La (con)causa principale di questo disastro è il  definanziamento del Servizio sanitario nazionale, ove la sanità non è considerato tema prioritario, (basti appunto pensare a come sono state declinate le risorse PNRR), ma un costo da collocare in terza e quarta categoria, con retribuzioni inferiori, con  tetti di spesa sul personale dipendente e il conseguente ricorso ai “gettonisti”. La stessa GIMBE stima per i bilanci regionali un divario crescente tra fabbisogno e finanziamento: circa 9,2 miliardi nel 2026[5].

La Sardegna sconta poi una debolezza propria del criterio di riparto del Fondo sanitario nazionale, ancora troppo pesato sull’età media: nel 2024 l’Isola ha ricevuto circa 2.235 euro pro capite, una quota alta, ma che riflette l’invecchiamento della popolazione più che i bisogni emergenti dei territori giovani e periferici[5].  La Sardegna è in sostanza tra le regioni più anziane d’Italia, e per questo nel 2024 ha ottenuto detta cifra di 2.235 euro per abitante, sopra la media nazionale. Si tratta però di una cifra che non racconta una sanità che funziona meglio, è proprio al contrario: racconta soltanto che abbiamo molti anziani. I soldi arrivano perché siamo vecchi, non perché è oggettivamente più difficile curare le persone in un’isola fatta di tanti paesi lontani tra loro. Ed è proprio questo il limite del criterio: mette al centro l’età e lascia in secondo piano i bisogni che in Sardegna pesano davvero. La dispersione del territorio, per esempio — le distanze, le strade, la fatica di portare un medico in un piccolo comune dell’interno; oppure lo svantaggio economico e sociale; o ancora le esigenze dei territori più giovani e periferici, che con questa formula ricevono meno di quanto servirebbe. Il metodo fotografa quanti anni ha la popolazione, ma non quanto costa concretamente garantire un servizio dove abitare è difficile. Come se a una famiglia si riconoscesse un rimborso calcolato solo sul numero di anziani in casa, ignorando che quella famiglia vive in un posto isolato e per ogni necessità deve percorrere cento chilometri. Il rimborso magari è alto, ma non tiene conto della difficoltà vera in cui quelle persone vivono. La Sardegna riceve quindi una quota apparentemente generosa, frutto però di un calcolo che premia l’invecchiamento e trascura la geografia. È un numero che rassicura sulla carta e allo stesso tempo maschera il problema reale. Sul punto specifico l’azione politica per neutralizzare il problema è assente. Ed è anche il motivo per cui, occorre considerare per davvero il principio di insularità: non come una bandiera da agitare, ma come un criterio concreto che entri finalmente nella formula del riparto, dando il giusto peso alla distanza, alla dispersione e all’isolamento — cioè ai costi veri della sanità in Sardegna.

8. ancora sulle cause della carenza:  è un errore pensare alla sanità come materia chiusa.

Preme inoltre evidenziare il fatto che si tenda ad affrontare il tema della sanità come un mondo a sé. Ed è un errore grande.  Anche su questo punto l’azione politica è assente. È un errore — forse il più grave — pensare alla sanità come una materia chiusa, che si aggiusta soltanto con più medici e più fondi sanitari. Un ospedale o una Casa della Comunità valgono quanto la strada che permette di raggiungerli in tempo. Un servizio, per quanto ben attrezzato, resta inutile se il cittadino non riesce ad arrivarci, o ci arriva troppo tardi. È qui che si vede il legame stretto tra la salute e le altre grandi scelte di governo: i trasporti, le strade, l’energia, le comunicazioni. Se le strade sono buone e i mezzi pubblici funzionano, la sanità funziona di più, perché le distanze tra i paesi si accorciano e le cure diventano davvero accessibili. Se una rete elettrica e una connessione affidabili raggiungono anche i piccoli centri, allora la telemedicina e il fascicolo sanitario elettronico smettono di essere promesse sulla carta e diventano assistenza vera, portata a domicilio. Strade, trasporti ed energia non sono temi lontani dalla salute: ne sono l’ossatura. In Sardegna, invece, si continua a operare a compartimenti stagni: chi si occupa di sanità non parla con chi si occupa di viabilità, di trasporto pubblico o di energia. Così accade il paradosso di costruire una Casa della Comunità in un paese che resta difficile da raggiungere, o di immaginare la telemedicina dove la connessione non arriva. La distanza tra i nostri paesi non è un destino naturale: è, in larga parte, il prodotto di infrastrutture insufficienti — strade inadeguate, collegamenti deboli, reti che non arrivano. Ridurre quelle distanze significa, allo stesso tempo, curare meglio. Per questo la salute dei sardi non si difende soltanto nelle corsie e negli ambulatori, ma anche nelle scelte su una strada da sistemare, un autobus da far passare, una linea elettrica o una fibra da portare fino all’ultimo comune dell’interno.

A quanto sopra si somma la condizione assurda di autonomia speciale della Sardegna, per cui la Regione autofinanzia l’assistenza sanitaria[4]: una responsabilità che, senza un adeguato apporto nazionale sul personale e sulla contrattazione, rischia di trasformarsi in fragilità.

Esiste in definitiva un problema di azione politica che deve cambiare traiettoria nei termini succitati, di sistema di approccio al tema della sanità e di organizzazione — il personale va distribuito e coordinato meglio tra le strutture — oltre al problema di risorse.

Come detto si sconta anche l’errore a monte della destinazione delle somme del PNNR. Dette somme infatti PNRR coprono i muri, non gli stipendi: la gestione ordinaria — personale e manutenzione — ricade sulle Regioni e una volta esauriti i fondi, e senza coperture stabili le nuove strutture rischiano la sottoutilizzazione.

9. La riforma regionale e il giudizio della Consulta

Nel febbraio 2025 si contestava l’impostazione di una riforma sanitaria regionale incentrata sulla “governance” e sulla sostituzione dei dirigenti, osservando che se il problema fosse solo gestionale basterebbe cambiare il dirigente inefficiente, non servirebbe una nuova legge. Quella riforma è poi divenuta la legge regionale 11 marzo 2025, n. 8, che ha disposto il commissariamento straordinario delle otto aziende socio-sanitarie, dell’ARNAS “G. Brotzu”, dell’AREUS e delle due aziende ospedaliero-universitarie[6].

Su quel testo si è pronunciata poi la Corte costituzionale con la sentenza n. 198 del 2025 (depositata il 23 dicembre 2025), che ne ha dichiarato l’illegittimità costituzionale in parti qualificanti — l’art. 6, comma 1 (limitatamente al meccanismo che, attraverso il commissariamento, comportava la sostituzione dei direttori generali in carica) e l’art. 14[7]. La Consulta ha ribadito che lo strumento del commissariamento straordinario non può risolversi in uno spoils system che rimuova la dirigenza sanitaria in corso d’incarico. È una conferma, sul piano del diritto, del rilievo secondo cui una riforma appuntata sugli assetti apicali non affronta le cause reali della crisi.

Resta valida anche la posizione degli Ordini dei medici sardi: non servono nuove sovrastrutture che aggiungono burocrazia alla burocrazia, ma misure che garantiscano continuità e operatività. Il tema, per il Servizio sanitario, non è quale dirigente nominare, ma la capacità di trasformare il finanziamento in assistenza effettiva.

10. Cosa fare

I. Governare la sanità insieme a trasporti, strade ed energia. La Regione deve assicurare una regia unica che superi i compartimenti stagni e faccia dialogare gli assessorati; il Governo nazionale deve concorrere con le grandi infrastrutture — viabilità, energia, reti digitali. Ogni investimento sanitario va accompagnato da ciò che lo rende raggiungibile e utilizzabile: strade percorribili, trasporto pubblico che colleghi i paesi, energia affidabile, connessione digitale fino all’ultimo comune. Avvicinare i paesi significa, concretamente, avvicinare le cure ai cittadini.

II. Far valere davvero l’insularità nel riparto delle risorse. Il Governo nazionale deve far entrare il principio di insularità, oggi in Costituzione, nella formula di riparto del Fondo sanitario nazionale, dando il giusto peso alla dispersione del territorio e all’isolamento — cioè ai costi reali della sanità in un’isola fatta di paesi lontani — e non alla sola età media della popolazione.

III. Restituire alla salute la priorità nel bilancio. Il Governo nazionale deve invertire la rotta. L’8 per cento del PNRR destinato alla sanità è la fotografia di un Paese che tratta la salute come costo e non come investimento. Serve un finanziamento nazionale stabile e crescente, che metta al centro il personale e non solo le opere. Le risorse non mancano: si trovano, quando si decide che una spesa è prioritaria. La salute dei cittadini deve tornare a esserlo.

IV. Mettere il personale al centro. Nessuna Casa o Ospedale di Comunità funziona senza équipe. La Regione deve realizzare un piano straordinario e stabile di assunzioni e di valorizzazione retributiva, per trattenere i professionisti e neutralizzare la fuga verso il privato o fuori dalla Sardegna. La legge di bilancio 2026 ha autorizzato assunzioni in deroga ai vincoli entro un limite dedicato, ma occorre che diventino strutturali e che raggiungano davvero i territori periferici.

V. Spendere i fondi, senza restituirne un euro. Con oltre tre quarti delle risorse PNRR ancora da erogare e le scadenze imminenti, la Regione e i soggetti attuatori devono rafforzare monitoraggio, coordinamento e capacità amministrativa, evitando che le rimodulazioni finiscano per snaturare gli interventi o che si debbano restituire le risorse.

VI. Garantire i servizi e non solo gli edifici. La Regione deve impedire che la consegna parziale degli immobili, con lavori ancora in corso, si traduca in strutture aperte ma non operative. L’obiettivo deve essere l’attivazione effettiva dei servizi obbligatori: il traguardo non è il collaudo di un cantiere, ma un presidio che funziona.

VII. Reggere l’emergenza-urgenza. Scaduti i contratti dei “gettonisti” , la Regione deve trovare una soluzione strutturale: stabilizzazione dei professionisti formati in questi anni, incentivi reali per le sedi periferiche, adeguamento dei posti letto. È l’altra faccia della medicina territoriale: finché le Case della Comunità e i medici di base non fanno da filtro, l’ospedale resta l’unica risposta.

Senza risorse stabili e senza un uso rigoroso dei fondi, le Case e gli Ospedali di Comunità resteranno, in troppi casi, promesse scritte su una piantina. La sanità sarda non ha bisogno di nuove sovrastrutture: ha bisogno di mani, di medici e di infermieri che le facciano vivere.

Sassari, luglio 2026

Gianfranco Meazza

Fonti

[1] Corte dei conti, Sezione del controllo per la Regione autonoma della Sardegna, La riorganizzazione del sistema sanitario nel PNRR della Regione autonoma della Sardegna: Case della Comunità e Ospedali della Comunità, 26 maggio 2026. Portale ufficiale: https://www.corteconti.it

[2] Corte dei conti, Sezione delle autonomie, referto delibera n. 11/SEZAUT/2026/FRG sullo stato di attuazione della Missione 6 – Salute del PNRR (dati AGENAS, II semestre 2025). Portale ufficiale: https://www.corteconti.it

[3] Corte dei conti, Sezioni riunite in sede di controllo, Relazione sullo stato di attuazione del PNRR, maggio 2026 (art. 7, c. 7, d.l. 77/2021). Portale ufficiale: https://www.corteconti.it

[4] Ministero dell’Economia e delle Finanze – Ragioneria Generale dello Stato, Il monitoraggio della spesa sanitaria, Roma, novembre 2025. Sito ufficiale: https://www.rgs.mef.gov.it

[5] Fondazione GIMBE, 8° Rapporto sul Servizio Sanitario Nazionale (2025) e comunicati correlati (rinuncia alle cure, dotazione di personale, riparto pro capite, avanzamento PNRR). Comunicato: https://www.gimbe.org/pagine/341/it/comunicatistampa

[6] Regione Autonoma della Sardegna, legge regionale 11 marzo 2025, n. 8 (disposizioni urgenti di adeguamento dell’assetto organizzativo del sistema sanitario regionale). Testo ufficiale: https://leggiregionali.regione.sardegna.it/legge-regionale?data=11-03-2025&numero=8

[7] Corte costituzionale, sentenza n. 198/2025 (dep. 23 dicembre 2025) — illegittimità costituzionale degli artt. 6, c. 1 (in parte) e 14 della l.r. Sardegna n. 8/2025. Scheda ufficiale: https://www.cortecostituzionale.it/scheda-pronuncia/2025/198

[8] Società Italiana di Medicina di Emergenza-Urgenza (SIMEU), indagini sui pronto soccorso 2025-2026 (Accademia dei Direttori 2025; rilevazione istantanea del 5 maggio 2026 su circa 3 milioni di accessi): sottorganico, boarding e tempi di attesa. Sito ufficiale: https://www.simeu.it

[9] Regione Autonoma della Sardegna e AREUS, dati sull’emergenza-urgenza esposti in Commissione Sanità del Consiglio regionale (aprile 2026), Piano regionale per la gestione del sovraffollamento nei pronto soccorso (8 aprile 2026) ed elenco delle sedi di medicina generale vacanti (BURAS). Portale ufficiale: https://www.sardegnasalute.it

Altri riferimenti utili

• Approfondimento parlamentare: Ufficio Parlamentare di Bilancio, Focus n. 3/2025, Il PNRR e la riorganizzazione del Servizio sanitario. https://www.upbilancio.it/wp-content/uploads/2025/05/Focus-3_2025_PNRR_sanita.pdf

• Portale regionale sulla sanità: Regione Autonoma della Sardegna. https://www.regione.sardegna.it/argomenti/sanita

• Monitoraggio in tempo reale degli accessi ai pronto soccorso sardi (Regione Sardegna): https://monitorps.sardegnasalute.it