E la Giustizia?
Vorrei un attimo soffermare l’attenzione sul caso Roggero. Capire che cosa è accaduto, e contestualizzare, cercando tramite l’immedesimazione, di simulare l’evento che potrebbe accadere a chiunque.
Simuliamo di essere noi dentro quel bancone. È notte, o è quasi sera. Entrano degli uomini armati. Non è la prima volta che entrano uomini armati nel negozio. E’ già successo in passato sentire il gelo di una pistola puntata. Provare il trauma che pochi minuti della nostra vita e quella dei nostri cari valgono, per chi sta davanti, meno del contenuto di una cassa. Il cuore va a mille, le mani tremano, il corpo non ragiona più: si cade in uno stato sostanziale di incapacità naturale, il corpo obbedisce alla paura. In quell’istante non siamo più cittadini che conoscono l’articolo 52 del codice penale. Siamo come animali braccati che tentano di sopravvivere e far sopravvivere chi ama.
Ecco. Se un cittadino qualsiasi si domandasse cosa avrebbe fatto al posto di Mario Roggero, quasi tutti, in cuor loro, risponderebbero la stessa cosa: non lo so, ma lo capisco. E hanno ragione a capirlo. Perché c’è una verità che il diritto, per sua natura, fatica a contenere: la paura non è una procedura, o una leva che devi sollevare o abbassare, La paura, il trauma, non si spegne nell’esatto istante in cui l’aggressore volta le spalle.
La Corte di Cassazione ha reso definitiva la condanna. Sulla sussunzione della fattispecie concreta alla norma non si discute. La legittima difesa vive finché vive il pericolo. Quando i rapinatori fuggivano, a quanto consta, quel pericolo era finito, e la legge dice che da quel momento la difesa diventa altro. Diventa reazione, e la reazione non deve mai trasformarsi in punizione privata. Plateale. Principio sacrosanto, Senza quel principio, ognuno di noi diventerebbe giudice e boia del torto subìto, e torneremmo alla legge del più forte. Lo Stato di diritto nasce proprio per strapparci da quel mondo.
Tutto vero. Ma allora perché questa sentenza, ineccepibile nella tecnica giuridica, lascia sgomenti, con il profondo senso di ingiustizia? In tanti un peso sullo stomaco?
Perché la legge, per funzionare, non deve guardare quel gesto come una fotografia: l’istante dello sparo, isolato, freddo, misurato col righello della proporzione. La giustizia infatti deve anche considerare la sequenza umana. E la sequenza umana racconta un’altra storia. Racconta di un uomo già ferito da rapine e aggressioni, che ogni giorno apre la saracinesca come quando si entra in trincea. In uno Stato assente nel tutelare il cittadino. Racconta di un trauma che ottunde la mente, che spegne proprio quella lucidità che la norma pretende. La legge chiede, in quei pochi secondi di terrore, un calcolo perfetto di proporzione. La giustizia si ferma un attimo e domanda: quel calcolo, in quelle condizioni, era davvero umanamente possibile?
Non sto dicendo che Roggero non abbia sbagliato. Ha sbagliato. Ha oltrepassato il limite. Ma c’è una differenza abissale — morale, prima ancora che giuridica — tra chi uccide a sangue freddo per calcolo e chi eccede travolto dal panico di morire. Trattarli allo stesso modo non è giustizia. È automatismo procedurale.
Di fronte a tutto questo uno Stato giusto ha il dovere di riconoscere l’eccezione? Ha il dovere di vedere che, certe volte, un cittadino non è all’altezza della norma non per cattiveria, ma perché il terrore di morire — o di veder morire la moglie o i propri figli — gli ha spento dentro la capacità stessa di esserne all’altezza? la sua capacità ( naturale) di comprendere?
Io credo di sì. E credo, per fortuna, che lo Stato lo sappia già. Perché il diritto non è cieco a tutto questo: ha costruito da sé i suoi strumenti di soccorso. Ha l’eccesso colposo, pensato apposta per chi reagisce in stato di grave turbamento. Ha le attenuanti. E ha, sopra ogni cosa, la clemenza: la grazia, che è la valvola con cui una comunità civile riconosce che una regola giusta può produrre, nel caso singolo, un esito che la coscienza sente come sproporzionato. Perfino chi difende la sentenza ammette che una grazia non sarebbe uno scandalo. E ha ragione.
Perché il vero tradimento non sarebbe stato la condanna. Sarebbe uno Stato che, dopo aver applicato correttamente la regola, dimentica di possedere anche il potere di temperarla. Uno Stato che guarda un uomo di settant’anni, spezzato dalla paura, e non trova altra risposta che togliergli tutto: allontanarlo dai suoi cari, spossessarlo del patrimonio, la libertà, il futuro, ciò che resta della sua vita. È giusto? È giusto che un uomo perda ogni cosa non perché ha voluto il male, ma perché — sbagliando — ha cercato disperatamente di difendere i suoi?
Una pena che toglie tutto e non lascia futuro non corregge. Distrugge. E la giustizia non punisce per distruggere: corregge per ricominciare. Uno Stato davvero giusto è quello capace di tenere insieme le due cose che sembrano opporsi — la fermezza nella legge e la misericordia nell’eccezione. Punire l’errore, sì. Ma custodire l’uomo. Perché la vittima non può farsi boia, ma nemmeno lo Stato può farsi macchina. Procedura.
La legalità traccia i confini. È la giustizia a indicare la direzione. E davanti al caso Roggero la domanda che ci resta è semplice, e brucia:
abbiamo applicato una legge, o abbiamo reso giustizia a un uomo?
Alla luce di quanto sopra, ritengo che sussistano le condizioni per domandare la Grazia.
Sassari, luglio 2026
Gianfranco Meazza
