(foto tratta da https://www.lanuovasardegna.it/tempo-libero/2019/10/20/news/sole-mare-e-colesterolo-le-vacanze-dei-sassaresi-1.17899930)
Ci sono parole che pronunciamo volentieri, perché ci fanno sentire più grandi. “Città metropolitana” è una di queste.
Di sovente l’Amministrazione di Sassari, il Sindaco Mascia, lo evoca negli incontri e interviste con la stampa. La scrive nei documenti, la ripete quando parla del futuro del Nord Ovest. E ha ragione a dirla: è un’ambizione legittima, conquistata con anni di richieste, anche di battaglie, di leggi regionali, di tavoli e di attese.
Poi arriva una domenica di luglio. Si prende la macchina, si scende verso il mare, si parcheggia alla rotonda di Platamona. E la parola, all’improvviso, suona diversa.
Ti accoglie un asfalto segnato da escoriazioni, rappezzato come una vecchia mappa, con blocchi di cemento lasciati quasi a caso a delimitare uno spazio che nessuno ha mai davvero disegnato. Alla destra per chi giunge da via Pieroni rimane lì da sempre un edificio depauperato, con la facciata scrostata e le serrande arrugginite e ricoperte di graffiti.
Nel piazzale antistante insiste un palo dell’illuminazione pubblica di notevole altezza. È fuori piombo, con un’inclinazione percepibile a occhio nudo. Alla base, il plinto di fondazione risulta fessurato e sbriciolato, con distacchi di materiale cementizio e frammenti di vetro sparsi attorno, unitamente a vegetazione infestante cresciuta tra le fessure. Si tratta di un elemento verticale esposto al vento, insistente su un’area liberamente accessibile al pubblico e utilizzata come parcheggio e passaggio pedonale. Non serve essere tecnici: il plerumque accidit segnala la pura e semplice necessità di un intervento di cautela.
E poi c’è la passerella. Quella scala di legno che scende verso la sabbia, terrazzata come un piccolo teatro sul Golfo dell’Asinara. Era — ed è — una bella idea. Un’aura di silente declino avvolge però la sfortunata area di Platamona, dove i segni del tempo si manifestano in una progressiva disaggregazione dei materiali e in un’evidente carenza manutentiva. La struttura ligneo-tessile sul litorale, concepita come un’elegante area relax sospesa sulla sabbia, appare oggi come un simulacro di se stessa. Le amache a rete, visibilmente allentate e segnate da squarci, si sono trasformate in avvallamenti dove si accumulano detriti, anziché offrire un sicuro rifugio ai bagnanti. Le tavole di legno della camminata circostante, dilavate e grigie per l’azione incessante della salsedine, mostrano fessurazioni, costituendo non solo un vulnus estetico ma anche un potenziale pericolo per chi vi cammina.
Il tutto completa il quadro di una periferia balneare lasciata a se stessa.
Ecco, la domanda è semplice e non ha nulla di polemico: possiamo aspirare a essere Città metropolitana se non riusciamo a tenere in condizioni decorose la piccola area della spiaggia di Sassari?
Perché “Città metropolitana” non è soltanto uno stemma. La legge regionale del 2021 ci ha dato il nome, e nel 2025 l’ente è diventato operativo con sessantasei comuni (salvo errore) e oltre trecentomila abitanti. Ma il nome, da solo, non ha mai fatto grande nessuno. Metropoli non è una qualifica: è uno standard, perché almeno le cose ordinarie funzionino. Che una tavola sia integra. Che un palo stia dritto anziché mostrare un’inclinazione visibile a occhio nudo. Qui si discute di ordinaria amministrazione.
Chi giunge a Platamona vorrebbe trovare parcheggi ordinati e servizi essenziali legati all’offerta turistica, alla balneazione e alla ristorazione; a tutto ciò che correla la fruizione del mare alla vacanza. Una città non diventa metropolitana per la dimensione del suo territorio, ma per la cura con cui tratta i suoi luoghi più semplici.
E qui viene la parte che duole, perché non ha bisogno di argomenti: ha bisogno solo di un viaggio in macchina. A meno di un’ora lungo la stessa costa c’è Badesi. Un Comune che non arriva a duemila abitanti. Niente titolo metropolitano, niente consiglio metropolitano, niente sessantasei comuni. Un paese piccolo, con un bilancio certo non paragonabile a Sassari, e un litorale che, semplicemente, è tenuto con cura. Le passerelle in ordine, gli accessi segnalati, il servizio docce, la duna protetta, i parcheggi ampi, l’impressione — che poi è la cosa che conta — che qualcuno, quella mattina, sia passato a controllare.
Il turista che scende dall’auto non sa nulla di leggi regionali. Non conosce la differenza tra un comune e un ente di area vasta, non sa quanti abitanti abbiamo, non ha idea di quali competenze siano state trasferite e a chi. Registra una cosa sola, e la registra in pochi secondi: se qualcuno lo stava aspettando, oppure no.
A Badesi la risposta è sì. Alla rotonda di Platamona oggi è no. E il paradosso è tutto qui: il paese di duemila anime si comporta da metropoli, e la metropoli si comporta da paese dimenticato.
Non è una questione di soldi, e sarebbe comodo far finta che lo fosse. Sugli organi di stampa si legge che sul litorale c’è un appalto triennale da oltre un milione di euro, un servizio di assistenza alla balneazione per le persone con disabilità che funziona ed è motivo di orgoglio, e una trattativa aperta con la Regione per altri ottocentomila euro. Le risorse ci sono, le idee pure, e questo fa piacere.
(https://www.unionesarda.it/news-sardegna/sassari-provincia/sassari-a-platamona-il-servizio-di-accoglienza-gratuita-per-le-persone-con-disabilita-lo-vogliamo-potenziare-ec0smzd0)
Manca un’altra cosa, però: lo sguardo su ciò che già esiste. La manutenzione. Non ha un nastro da tagliare, non produce un comunicato stampa, non entra in nessuna fotografia di rito. Non è necessario ogni volta fare conferenze stampa per cose da nulla. Serve piuttosto, anche in silenzio, creare luoghi che funzionino. Ed è esattamente la cosa che i cittadini vedono per prima e ricordano più a lungo.
Città metropolitana non è ciò che c’è scritto di noi in una legge regionale. È ciò che pensa di noi un turista che torna dalla spiaggia con la sabbia nelle scarpe.
La rotonda di Platamona non è una questione minore da mettere in fondo all’ordine del giorno. È il metro con cui ci misuriamo. E se non siamo capaci di sostituire una tavola di legno, di raddrizzare un palo, di rimuovere i detriti da una rete e di restituire decoro a una serranda, allora la parola più grande che abbiamo imparato a pronunciare rischia di restare esattamente questo: soltanto una parola.
Sassari, 26 luglio 2026
Gianfranco Meazza
