Il 29 luglio

Per Mamma, per Babbo,

vi scrivo guardando la fotografia in cui siete così giovani, in cui non sapete ancora nulla di me e già mi tenete tutto tra le mani — come quel rametto di foglie che tu, babbo, stringevi senza ragione, solo per avere qualcosa di vivo da tenere mentre la tenevi accanto.

Il cielo era celeste come la sua gonna, gli alberi facevano ombra, e voi guardavate avanti, verso un tempo che oggi sono io.

Avete fatto ciò che la canzone soltanto sogna: avete ballato senza musica per una vita intera, vi siete amati senza rete, e non avete mai contato i giorni — solo gli inverni, uno dopo l’altro, sempre nello stesso posto, sempre l’uno dentro l’ombra dell’altra.

La canzone teme una cosa sola: che uno dei due, un giorno, debba restare a ballare da solo con l’ombra di entrambi. A voi questo non è toccato.

Siete andati via lo stesso giorno,  alla stessa ora, il ventinove di luglio — come chi non sa più stare diviso, come due ombre che hanno scelto di non lasciare l’altra al freddo. Avete tenuto la forma fino alla fine, e ve la siete portata via insieme.

Io resto qui, sotto il vostro vecchio albero che avete innalzato. Ma non ballo da solo: ballo con la vostra ombra, che ormai è una sola, e che mi ha fatto.

Vi voglio bene. Per sempre — e nello stesso istante.